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In attesa dell’Europa

“Non sono rifugiati, sono tutti clandestini” è la frase più spesso pronunciata, come una sorta di mantra, da molti politici anti- immigrazione, Lega in primis e in generale dai detrattori del fenomeno migratorio, quando si parla degli sbarchi.

A dir la verità, molte volte riesce difficile – anche per chi volesse fare un’analisi del fenomeno senza pregiudizi o posizioni di parte – cercare di fare chiarezza su un fenomeno simile, quando sulle nostre coste arrivano i barconi con centinaia di migranti.

Quel che è certo è che dietro agli “sbarcati”, che rischiano la vita per arrivare in Europa, ci sono storie di grande disperazione. Eppure il cinismo politico ci obbliga a tenere una sorta di termometro della disperazione, ci obbliga a misurare la disperazione umana, come se fosse possibile un termine di paragone che permetta di discernere tra chi è più disperato e chi meno, tra chi merita più diritti e chi meno, e quindi da rimandare al mittente. La differenza, invece, sta tra chi, per esempio, scappa dalla guerra (i possibili richiedenti asilo) e chi dalla miseria (i clandestini).

Proprio su questo tema si è spesso accesso il dibattito sulla gestione degli sbarchi. Da ultimo il dibattito sull’abbandono dell’operazione Mare Nostrum, che riusciva a salvare molte vite nel Mediterraneo, a favore di Triton, Operazione che avrà due terzi in meno di fondi rispetto a Mare nostrum e che tenterà di rendere più sicure solo le coste europee, ma non s’impegna sulle coste da cui i migranti partono.

Il limite imposto da Triton è di 30 miglia dalle coste italiane. Un po’ pochino se ci si concentra soltanto sul nostro ombelico. Non servirà a molto se non guardiamo al punto di partenza. Insomma, sembra lecito esprimere scetticismo nei confronti della nuova iniziativa europea.

Meritevole di attenzione, invece, è l’iniziativa intrapresa dal ministero degli interni spagnolo. Apprendiamo da una nota Ansa che, nei prossimi giorni, gli spagnoli creeranno uffici per assistere i richiedenti asilo e protezione internazionale alle frontiere spagnole di Ceuta, e Melilla in Marocco. L’iniziativa punterebbe così a un maggiore controllo della pressione migratoria cercando di soddisfare al meglio le esigenze tenute in conto anche dal Sistema europeo.

Una iniziativa lodevole, visto che ancora non si riesce a superare Dublino III e ad istituire un’agenzia europea per l’asilo e l’immigrazione operante al di fuori del territorio della UE. Almeno per la costa marocchina, si cerca di fare quello che è più realistico, politicamente parlando, e che continuano a gridare a gran voce da molti anni molte organizzazioni internazionali e nazionali che si occupano del fenomeno.

Attivare, cioè, dei corridoi umanitari nella sponda sud mediterraneo, in quei paesi diventati un passaggio obbligato per arrivare in Europa. In seconda istanza, servirsi degli uffici già presenti sul territorio, come quello dell’UNHCR, per esempio, per dare la possibilità a queste persone di rivolgersi a uffici in loco, per fare richiesta di protezione internazionale.

Le parole del Ministro Alfano, che ieri al G6 ha detto chiaramente, vanno nella stessa identica direzione: “dobbiamo costruire e creare campi profughi in Africa, dove coloro i quali ritengono di avere diritto all’asilo possono presentare la domanda. Da lì poi possono essere smistati equamente in tutti i paesi dell’Europa”.

Un appello chiaro all’Europa: lavorare congiuntamente per rispondere ai numerosi sbarchi sulle coste italiane, ma non solo. Così facendo si potrebbe contenere il numero dei flussi migratori indistinti e si permetterebbe agli aventi diritto di raggiungere i Paesi di accoglienza in modo sicuro, sfuggendo così dalle mani dei trafficanti della disperazione. In questo modo, si spera, diminuirebbero le morti in mare ma si eliminerà anche ogni alibi attuale di chiamare tutti indistintamente clandestini. La Spagna prova così a togliersi l’alibi sul da fare concretamente per la questione Asilo, mentre il resto dell’Europa è ancora in attesa dell’Europa.