Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Quegli italiani ancora nel limbo

E’ davvero paradossale, ma sembra che nonostante molteplici dati confermino come l’immigrazione sia una risorsa e che, quindi, sia necessario che la politica si impegni per l’integrazione dei nuovi cittadini – e non solo in chiave lavorativa, ma anche sociale e legislativa -, in Italia provare a intavolare un progetto di questo tipo è ancora complicato. A confermare questo dato di fatto sono ormai gli anni che passano senza che le leggi avanzino, indipendentemente dall’estrazione culturale e politica dei governi che si alternano. La questione dell’immigrazione resta quasi un tabù, a partire dal problema della cittadinanza.

So di partire largo, ma quando arrivai io in Italia, avevo otto anni. Erano gli anni ‘90 e facevo parte di quella ondata di giovanissimi, che in questo paese avrebbero creato la famosa “famiglia immigrata stabile” – almeno statisticamente parlando. Era l’epoca dei ricongiungimenti famigliari. Il sogno degli immigrati di smettere di fare solo le braccia e tornare al paese di origine svaniva diventando un lontano ricordo una volta che i propri cari, moglie e figli, si ricongiungevano sotto lo stesso tetto. Quell’Italia era sicuramente un’altra. Più serena e quindi più accogliente. Meno incattivita di quella di oggi, con la crisi economica che ha creato conflitti fra poveri.

Tuttavia, gli anni passavano, portando i loro cambiamenti, ma restava la percezione di essere considerati comunque stranieri. C’erano lunghe file davanti agli uffici di questura per il rinnovo del permesso di soggiorno. Poi arrivò la carta di soggiorno e poi, finalmente, quel ciclo necessario per richiedere la cittadinanza italiana.

Ricordo nitidamente il giorno nel quale mi fu concessa la cittadinanza italiana: fu l’inizio di un percorso nuovo. Un vero e proprio riconoscimento che cambiò la mia vita, nell’università, nel lavoro, ma anche nella più banale quotidianità. Per me, quel passaggio fu qualcosa di più che una carta con scritto cittadina italiana: finalmente mi riconoscevo e venivo riconosciuta nella società in cui vivevo. Dopo molti anni, posso dire che quel passaggio consentì e consacrò la mia integrazione. Sentivo di essere pienamente coinvolta nella società italiana. Sentivo di avere una responsabilità importante e che dovevo dimostrarla a me stessa e al paese nel quale ormai vivevo. Una bella sfida, da vincere sicuramente.

Oggi sono passati 23 anni dal mio primo arrivo in Italia, e nel mio lavoro mi sono occupata moltissimo del tema immigrazione e la questione cittadinanza. Ho raccontato con diversi strumenti di comunicazione, dal video alla scrittura, storie di cittadini a metà. Seconde generazioni, figli degli immigrati, nati e cresciuti in Italia ma ancora non riconosciuti come italiani.

Ho sempre pensato che una storia raccontata – soprattutto in prima persona – potesse sensibilizzare a quel riconoscimento legislativo che fatica ad arrivare. Purtroppo comincio a ricredermi.

E’ davvero incredibile che non si riesca a percepire che si stanno congelando migliaia di future generazioni di italiani in un limbo, in attesa del diciottesimo anno, cioè fino a quel giorno nel quale si ha la consapevolezza che la cittadinanza effettivamente non può essere che considerata un pezzo di carta. Un errore clamoroso, che incentiva la disintegrazione e non l’integrazione. È evidente che se un bambino nasce e cresce in Italia si voglia sentire fin da piccolo italiano come i suoi coetanei, pur se di origine straniera, e non solo dopo aver raggiunto la maggiore età. E’ anche una questione psicologica. L’infanzia e l’adolescenza sono le fasi nelle quali si forma e si costruisce l’identità, e noi investiamo con una legge retrograda, perché quella identità sia slegata dalla realtà. Investiamo nella ghettizzazione.

Oggi, infatti, il governo Renzi propone una terza via per la concessione della cittadinanza: non per nascita, non solo dopo la maggiore età ma dopo un percorso scolastico.

Non vado qui nei dettagli, perché la questione è ampiamente discussa sui giornali (link), ma sembra davvero che siano ancora lontani i tempi nel quale si possa davvero, e con coraggio, fare dei veri cambiamenti. Sembra ancora impossibile poter esultare per un traguardo raggiunto: piuttosto, la sola possibilità è accontentarsi del minimo sindacale. Non ci rimane che aspettare ancora nel limbo e prendere qualsiasi legge sulla cittadinanza, come la proposta di concederla solo a seguito del conseguimento di almeno un ciclo scolastico, come una manna dal cielo, quando invece è solo un pallido tentativo di iniziare un percorso che, invece, richiede sforzi decisi e lungimiranti.

 

  • Terentius |

    La riluttanza della politca italiana ad accelerare su una vera e compiuta riforma della cittadinanza dipende dal fatto che siamo arrivati in ritardo a confrontarci con il fenomeno dell’immmigrazione rispetto agli altri paesi europei.

    Cio’ ci concede il vantaggio di osservare anche quelle conseguenze negative e distorsioni che potenzialmente possono avvenire nella della nostra societa’.

    In particolare allarma la presenza di una folta comunita’ islamica che in altri Paesi ha dato prova di scarsa volonta’ d’integrazione e di vicinanza a posizione integraliste. In UK si sta addirittura pensando di privare della cittadinanza britannica coloro che fanno i pendolari del terrore in Siria o Iraq.

    La politica in parte riflette sempre il vero volto della societa’: siamo una societa’ impaurita, vecchia, in decadenza, non abbiamo la forza di confrontarci di chi spesso fornisce un’immagine di ostilita’ ed aggressivita’.

    Credo che la riforma proposta da Renzi sia il massimo che si possa ottenere oggigiorno.

  Post Precedente
Post Successivo