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Come il “sogno europeo” dei migranti è diventato la “trappola italiana”

Caserta. «Stare qui in Italia? È come vivere in una trappola». A dirlo è K.B., 48 anni, stanco e senza più quelle speranze che, nel 2004, gli fecero vendere qualche elettrodomestico per poter pagare il viaggio che dal Ghana lo avrebbe portato in Italia. «Niente ci avrebbe fermato – racconta – siamo passati attraverso il Burkina Faso e il Niger prima di arrivare finalmente in Libia. La porta per l’Europa. In ogni tratta, Stato per Stato, ci siamo fermati perché chi non aveva soldi, come me, doveva scendere. Fine della corsa. E si ricomincia. Bisognava inventarsi un lavoro nel paese di passaggio o elemosinarlo e racimolare qualche soldo per continuare il viaggio. Ma io, come altri compagni di viaggio, ero disposto a fare qualsiasi cosa pur di arrivare al mio traguardo».

Per arrivare in Libia ci sono voluti tanta fatica e due mesi di viaggio. A comandare c’è il colonnello Gheddafi, e K.B. si ferma due anni lì lavorando come muratore. Poi arriva il giorno in cui i soldi sono abbastanza per l’altro viaggio, quello via mare. Nel Mediterraneo che abbiamo imparato a conoscere attraverso migliaia di disperati che, affidandosi a scafisti senza scrupoli e a imbarcazioni fatiscenti, perdono la vita ma non la speranza.

K.B. ce la fa, anche se per miracolo. Nove giorni in mare, senza carburante, possono considerarsi solo un miracolo. Ce la deve fare perché in Ghana ha lasciato una moglie e quattro figli soggiogati dalla povertà e dall’instabilità politica. Un’intera famiglia che spera di poter aiutare, più da lontano che da vicino.

Poi, una volta arrivato, salendo da Siracusa fino al casertano, invece di trovare un lavoro regolare si ritrova in mano al caporalato e agli sfruttatori: «Ho lavorato per cinque anni come uno schiavo, in un lido, per 15-20 euro al giorno se andava bene, iniziavo dall’alba e finivo oltre il tramonto. E, come se non bastasse, facevo anche da guardiano notturno della spiaggia in una baracca senza acqua né luce. Mi andava bene perché non avevo altro e dovevo mandare i soldi alla mia famiglia. Mi andava bene finché, a forza di lavorare come schiavi, ho visto morire il mio amico, anche lui ghanese. L’ho visto morire senza che il mio padrone ci aiutasse per portarlo all’ospedale. E anche a me, dopo che non servivo più, ha detto arrivederci e grazie».

«Ora – continua K.B. – solo qualche giorno fa, mi ha chiamato un mio amico dal Ghana dicendomi che vuole vendere la sua macchina per poter pagare l’inizio del lungo viaggio per l’Italia. Gli ho strillato al telefono: ‘Ti prego, lascia stare, ti prego. Non conviene, fidati del tuo amico che è in trappola qui da 10 anni’».

Sul caso di K.B. – ci assicura Mimma d’Amico referente del centro sociale di Caserta Ex Canapificio – è stata avviata una vertenza di lavoro perché lui risulta vittima di sfruttamento lavorativo. Ed è infatti a Caserta che ho incontrato K.B, Said, Mamadou Sy e tanti altri immigrati con difficoltà; e i volontari che cercano di aiutarli a migliorare le loro condizioni, iniziando col fargli conoscere i loro diritti.

Ma 10 anni lontano da casa per K.B sono tanti, trovarsi con un pugno di mosche in mano è dura da mandar giù. «Vorrei tornare a casa», dice, «ma non posso andare dopo tanti sacrifici senza nulla. Vorrei prendere almeno quel che mi spetta da questi cinque anni di lavoro dove sono stato sfruttato. Ora non ho più nulla se non un permesso di protezione sussidiaria. Nessun lavoro. E’ per questo che mi sento in trappola».

La situazione in cui si trova K.B, pur se con diverse sfumature, in realtà accumuna molti immigrati irregolari o con un breve permesso umanitario come lui. Nel casertano come a Napoli, la presenza di immigrati senza lavoro, regolari e soprattutto irregolari, è altissima, forse la più evidente. Basta uscire dalla stazione di piazza Garibaldi, farsi un giro la domenica mattina sotto Porta Capuana e dintorni e scoprire un’intera città di immigrati in piazza. Chiacchierano, si raccontano, si scambiano informazioni, riflettono sul futuro. Altri ancora vendono per terra indumenti usati, per poi scomparire nei vicoli della città. Qui ci si arrangia davvero, è l’immigrazione più povera: quella che non ha reti famigliari altrove in Europa. Perché chi ce li ha, se ne va subito da qui. Napoli è diventata l’unica oasi dove attendere tempi migliori, perché non possono proseguire il viaggio oltre, né tantomeno tornare indietro.

A loro si aggiunge poi la lunga lista di testimonianze di rifugiati che in realtà non avrebbero voluto chiedere asilo in Italia ma in altri paesi del nord Europa dove hanno famiglia. Tuttavia la beffa arriva proprio dall’Europa: la legge europea sul diritto d’asilo, infatti, obbliga il primo Stato di arrivo a rilasciare il permesso. E così la vulnerabilità, che deriva dalla condizione di irregolarità e precarietà, è diventata l’arma migliore per chi in Italia ha trasformato lo sfruttamento del lavoro nero in business. La trappola è proprio questa, soprattutto per coloro che arrivano dall’Africa subsahariana dove peraltro non ci sono accordi bilaterali per il rimpatrio.

Mi racconta F.J, della Costa d’Avorio, 23 anni: «Per noi è impossibile pensare di tornare da perdenti». Impossibile tornare senza niente, dopo aver venduto tutto quello che hai e fatto viaggi che durano anche anni. Preferiscono tenersi questo segreto, di un Eldorado che non esiste.

Davanti al centro sociale c’è una fila impressionante: c’è chi ha asilo politico, chi no e chi è in attesa. Poi ci sono quelli che con la crisi se ne tornano davvero a casa. Mamadou Sy, presidente della comunità senegalese di Caserta, dice che ormai sono in molti della comunità a scegliere di andarsene, soprattutto quelli che sono qui da tanto tempo e che qualcosa sono riusciti a mettere da parte.

È stato calcolato dalla fondazione Leone Moressa che 32mila stranieri nel 2011 hanno lasciato l’Italia e hanno privato le casse dello Stato di 86 milioni di €. A questi se ne aggiungono altri, quelli che comunque vorrebbero essere aiutati per tornare a casa, perché qui non intendono restare data la crisi. Per loro L’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) ha un progetto, il «Rimpatrio volontario assistito». Quest’anno il numero di ritorni volontari previsti dal progetto è di 2.000 perché in questi ultimi due anni – fanno sapere dall’organizzazione – c’è stato un aumento di richieste, soprattutto da parte dei cittadini di alcuni paesi sudamericani come Ecuador, Perù o Brasile, dove è in atto una forte crescita economica.

Un’altra testimonianza illuminante sulla difficoltà per un migrante di uscire dalla trappola italiana si può leggere su the Guardian del 14 gennaio .

di Karima Moual per @pagina-99