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Tutelare i rifugiati politici in Italia è ancora un miraggio

Il caso Ablyazov può essere inquadrato in una sola parola: superficialità, il cui correlato è la fragilità dell’apparato di sicurezza, che dovrebbe essere una delle fondamenta più solide di un Paese civile. Un Paese sicuro è una società  sicura, della quale chiunque inizi a far parte – e nel nostro caso si parla di un rifugiato politico a cui l’asilo gli era stato già concesso dal Regno Unito – deve avere la garanzia di tutela. Il caso kazako sottolinea nuovamente come la materia immigrazione, in Italia, sia regolamentata in maniera approssimativa, senza una organicità soddisfacente e funzionale alla comunicazione e alla trasparenza degli uffici che la gestiscono.

Le relazioni dei vertici istituzionali e di chi effettivamente fece procedere l’ operazione di rimpatrio della moglie Shalabayeva  e della figlia del dissidente kazaco Ablyazov, sono la prova lampante di questa inorganicità. L’epilogo, al limite dell’assurdo, è che pare nessuno abbia visto né sentito nulla: se così fosse, la questione sarebbe ancora più grave proprio perché dimostrerebbe la totale inaffidabilità degli organismi diplomatici e di intelligence, ma se così non è, si tratta invece di una preoccupante forma di deresponsabilizzazione etica e politica.

Dall’ASGI  (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) fanno notare come le dichiarazioni dei dirigenti della Questura di Roma siano sorprendenti, soprattutto perché in contrasto con quanto affermato pubblicamente dai legali della signora Ablyazov: dalla capitale, infatti, raccontano che la moglie del dissidente Ablyazov non avrebbe mai manifestato alcun timore in caso di rimpatrio né avrebbe avuto intenzione di chiedere asilo in Italia. Da una più accurata ricostruzione dei fatti, invece, emerge che all'interessata è stato de facto impedito l'accesso alla procedura di asilo.
Inoltre, occorre ricordare che anche senza la presentazione di una domanda di asilo le autorità italiane avrebbero sempre l’obbligo di non eseguire espulsioni verso Paesi in cui i soggetti coinvolti potrebbero essere vittime di persecuzioni (previsto dall’art. 19, comma 1 del testo unico delle leggi sull’immigrazione e dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiati) o di torture, trattamenti inumani e degradanti (art. 3 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo). In Kazakistan la dissidenza è punita esattamente con la tortura.
Vista, peraltro, la parentela effettiva col marito – che possiede lo status di rifugiato riconosciuto dal Regno Unito – la signora Ablyazov avrebbe dovuto poter godere delle medesime garanzie, come prevedono anche le direttive dell’UE sulla protezione internazionale.
Ma alle superficialità si aggiungono le irregolarità: il rimpatrio tramite un aereo privato, prontamente messo a disposizione dalle autorità kazake, considerato prassi “normale” e pacificamente conforme alla vigente normativa, in realtà  la vìola.  In base tanto al diritto europeo quanto a quello interno, le operazioni di rimpatrio, comprese l'organizzazione del viaggio e la gestione dello stesso fino all'arrivo nel paese di destinazione, sono di esclusiva responsabilità dello Stato europeo che attua il provvedimento di allontanamento.
Il caso Shalabayeva, allora, non è solo un pasticciaccio a livello internazionale – visto che di questa operazione, che per noi è ormai un "caso nazionale oltre che internazionale", pare se ne siano occupati più che altro un ambasciatore coadiuvato da un’ agenzia di servizi segreti israeliana ed un’altra agenzia privata italiana- ma evidenzia come stia franando il terreno su cui si basano le regole del sistema che regola l'accesso alla protezione internazionale e i diritti degli stranieri che necessitano di questa protezione. Ablyazov è un famoso dissidente politico (anche se non per noi), ma quanti invisibili dissidenti sono accampati in Cie e senza voce vengono rimpatriati nella superficialità e nell'irregolarità? La verità difficile da ingoiare è che, nonostante gli sforzi, in Italia non c’è ancora una vera tutela per i rifugiati politici.