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Se il forfait lo paga chi lavora

«Io ho un lavoro da quando ho messo piede in Italia, un anno fa. Faccio la domestica da una famiglia milanese. Perché la verità, è che se c'è una cosa che non manca qui in Italia è il lavoro, quel che sia. E così vale anche per le mie altre compaesane arrivate dall'Ucraina. Siamo in molte e siamo tutte in nero. Non ci manca niente.

Solo legalizzare la nostra presenza in Italia e poter circolare senza timore, perché noi alla fine serviamo» dice tutto d'un fiato L. che non vuole esporsi pubblicamente visto che lei, irregolare, lo è ancora. «Con questa regolarizzazione mi si era finalmente aperta la porta della speranza. Purtroppo per poco, perché si è rinchiusa in faccia a me come a tante altre, nel momento stesso in cui tra i paletti abbiamo realizzato che c'è la richiesta di dimostrare la propria presenza in Italia con documenti rilasciati da un organismo pubblico. Ma come possiamo dare questa prova se questo significava farsi beccare e rischiare il reato di clandestinità?».
Paradossalmente chi è irregolare e ha avuto un lavoro in nero non riesce oggi ad accedere alla regolarizzazione. Gli irregolari, infatti, si sono guardati bene dal «farsi beccare dalle forze dell'ordine», e non senza qualche ragione vista la minaccia del pacchetto sicurezza. Quegli stessi irregolari però rischiano ora di stare fuori da quella piccola finestra che si chiuderà il 15 ottobre.
«Io sono stata quasi segregata in casa per paura di essere fermata – racconta L.- e nemmeno al pronto soccorso potevo andare se mi ammalavo perché c'era il dubbio e il rischio di essere segnalati anche lì. Avevamo tutti paura, e oggi ci si chiede l'impossibile. L'unica cosa che ho, come prova della mia presenza in Italia, è la scheda telefonica, che è registrata. E ora rischio di rimanere irregolare, nonostante il mio titolare sia pronto a regolarizzarmi».
La storia di L. accomuna molte ucraine che per arrivare in Italia hanno il timbro sul loro passaporto nel primo paese dell'aerea Schengen che non può essere l'Italia visto che è raro che arrivino in aereo. Hanno lavorato e lavorano silenziose in molte case italiane e oggi si trovano senza la possibilità di potersi regolarizzare.
Poi ci sono gli altri. Molti altri. Che non sono nullafacenti, ma lavoratori che non rientrano in nessuna tipologia prevista da questa legge. Un esempio su tutti: sono le domestiche part-time, che non hanno un solo datore di lavoro per fare quel minimo di 20 ore settimanali, ma due o tre famiglie. Per loro la legge non prevede che possano accumulare tutti questi datori di lavoro. Eppoi il part-time che non è previsto per le aziende. Si spiega anche così perché finora sono molte le richieste per domestici (che peraltro costano meno) e pochissime dalle aziende.
Pur se i numeri sono ancora minimi, la presenza di questi lavoratori immigrati è una realtà che non può più mimetizzarsi. E allora li trovi impalati alla porta dei vari uffici che si occupano di immigrazione, a chiedere informazioni su come aprire la loro porta di legalità. Anche a costo di pagarla a loro spese. Perché i 1.000 euro richiesti dalla nuova legge – già si sa – li pagheranno loro. Sottovoce. «C'è crisi, ed è già tanto che il mio titolare mi regolarizzi e non mi mandi a casa», dice un egiziano, che di sera fa l'aiuto cuoco. Come dire, la legalità anche questa volta la pagheranno i più deboli.