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UNA VIA PER LA LEGALITA’, NON UNA SANATORIA

In questa calda estate di spread che sale e scende, c`è una notizia che rischia di essere ignorata o peggio coperta dalla cattiva informazione e sotterrata da polemiche politiche ideologiche e senza fondamento. Si tratta del decreto legislativo del 16 luglio 2012, n109, entrato in vigore questi giorni. Che poi non è altro che l`attuazione della direttiva europea 2009/52/CE, che introduce "norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare". Con questo provvedimento l`Italia, anche se in ritardo di due anni, non fa altro che mettersi a regime con l`Europa, "regolarizzandosi" ed evitando così ulteriori possibili sanzioni. Si tratta, in definitiva, di norme tese a favorire l`emersione dal nero. Si dà finalmente la possibilità a quei datori di lavoro che nelle loro attività avevano ed hanno sino ad oggi dipendenti stranieri irregolari – magari per causa di forza maggiore, dato che la Bossi-Fini lo impedisce – di legalizzare e portare alla luce questo esercito di lavoratori fantasma. Così come si da la possibilità ai lavoratori vittime dello sfruttamento di denunciare. Insomma è un passo verso la legalità. Un`opportunità per quei datori di lavoro, famiglie e imprese, costretti dalla rigidità della legge al nero. O comunque un`opportunità per il buon funzionamento del mercato, visto che uno dei fattori che blocca la nostra crescita economica è proprio l`illegalità. Che non sia una sanatoria indiscriminata o un aprire le porte ad afflussi nuovi e indiscriminati, del resto, è garantito dai paletti messi dal decreto: potrà accedere infatti solo chi ha determinate caratteristiche, come la presenza nel territorio nazionale «in modo ininterrotto almeno dalla data del 31 dicembre 2011 ». Presenza che deve essere attestata da documentazione proveniente da organismi pubblici. Significa, in pratica, che sarà necessario presentare una "prova amministrativa": per esempio un visto per motivi turistici, un permesso di soggiorno non rinnovato o un certificato medico rilasciato dal pronto soccorso. Anche la possibilità di denunciare ha paletti precisi, più robusti delle stesse norme europee: il lavoratore non può affidarsi in questo ai sindacati. Ed è comunque in evidente posizione di debolezza rispetto al datore di lavoro: chi denuncerebbe sapendo che poi perderà il posto di lavoro? Ma nonostante tutte queste premesse c`è chi ha aperto il fuoco, accendendo chissà quali timori, rispolverando il fantasma della "sanatoria". La parola viene agitata appunto per fare paura, quando invece di sanatoria non si tratta. E paradossale ma è così. Pur se è giuridicamente improprio, si continua a fare polemica scambiando i termini, dando messaggi errati se non addirittura scenari allarmanti, di cui non avremmo davvero bisogno in questa estate già difficile.
L`Italia ha oggi un bacino di lavoratori attivi ma in nero. Li vediamo silenziosi prendere l`autobus all`alba, entrare in case e cantieri, scaricare cassonetti della frutta nei merc ati la mattina per poi sparire alle 8. Persone che sono dentro la nostra vita e lo saranno per il nostro futuro. Bene, che cosa ne vogliamo fare? La direttiva comunitaria ha affrontato la questione già nel 2009. Noi, con due anni di ritardo, ci stiamo adeguando. Piuttosto che inseguire e titillare le paure di potenziali elettori, sarebbe bene ora spiegare quelle norme e sensibilizzare l`opinione pubblica affinché questo passaggio verso la legalità avvenga nel migliore dei modi. Perché la vera preoccupazione – prendendo a prestito le parole di Emma Bonino in una intervista rilasciata a questo giornale – è che i datori di lavoro italiani non colgano questa opportunità, perché male informati o per nulla informati In Italia legalità e stato di diritto sono flebili e spesso calpestati. Il problema qui è dare spazio alla legalità e al buon funzionamento del mercato. E allora iniziamo a non chiamarla sanatoria, ma piuttosto una via per la legalità.