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Se il Kenya vieta l’emigrazione alle donne in Arabia Saudita: per sottrarle alla schiavitù

Un anno fa atterravano all'aeroporto internazionale Jomo Kenyatta di Nairobi 100 donne kenyane, costrette per mesi a lavorare in condizioni disumane in Arabia Saudita. Da allora, sono riuscite a rientrare nel loro paese grazie all'interessamento dell'organizzazione umanitaria Musulmani per i Diritti Umani (Muhuri), ma le condizioni in cui vivono sono sostanzialmente rimaste invariate. Nella medesima trappola sono cadute e cadono la maggior parte delle donne keniote: ricchi speculatori le reclutano per lavorare come collaboratrici domestiche, per poi sottoporle ad ogni genere di maltrattamento ed abuso.

Una pratica che il governo di Nairobi vuole fermare: è di questi giorni la notizia che sarà presto proibito alle donne keniote di emigrare in Arabia Saudita per andare a lavorare come aiutanti o inservienti presso privati. Verrà poi aperta un’inchiesta per indagare tutte le agenzie specializzate che in questi ultimi anni hanno gestito i flussi migratori femminili, traendo cospicui profitti. Una risposta concreta che arriva dopo innumerevoli denunce da parte delle famiglie delle giovani immigrate e che raccontano di una vera e propria tratta schiavistica, tenuta sotto silenzio per non inimicarsi i signori sauditi del petrolio. Il Kenya dà così prova di non essere disposto a negoziare i diritti umani con i soldi dell’oro nero.