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Quelle piazze arabe ostili ad Israele

«Riesplode il vecchio odio tenuto a bada da Mubarak. La primavera araba, porta a frutto una rinascita dell'odio verso Israele e la rabbia antisemita». Se volessimo fare una sintesi dei commenti all'assalto all'ambasciata isareliana al Cairo con tanto di fuga dell'ambasciatore, non ci potrebbe essere una migliore di questa per rendere l'opinione di chi ha già battezzato la primavera araba come l'inverno dell'Occidente.

Ma quell'odio è vecchio e si è accresciuto negli anni con l'odio verso i dittatori. L'avversione a Israele non monta dal nulla, e non riesplode da un giorno all'altro. Si cova nell'intimo, e lo sa bene solo chi vive e nasce da quelle parti. E chi segue i dibattiti in arabo di intellettuali opinionisti e politici che nei salotti di al-Jazeera vanno avanti e indietro.

La polvere sotto il tappeto è stata nascosta per molto tempo, così come l'odio per i dittatori al potere da decenni. Che hanno fatto finta di esser riusciti o di riuscire a sedare gli animi in cambio di niente. Sono le due facce della stessa medaglia. Lo sapeva bene Israele, che è stata attaccata ai dittatori e non alla piazza che chiedeva più democrazia fino all'ultimo. La democrazia condivisa può ridisegnare i giochi e ridimensionare interessi e questo fa paura. Altro che l'avanzata islamista.

Sia chiaro, la questione palestinese non è nell'agenda di chi vuole davvero ridisegnare l'Egitto dopo la tempesta che ha travolto Mubarak, ma la questione palestinese, si sa, è un nervo scoperto, è la questione irrisolta che viene meglio sbandierata da sempre per avere consensi nella piazza. Il divario tra la piazza e gli intellettuali arabi che cercano di analizzare questi eventi è infatti abissale. I manifestanti davanti alle telecamere di al-Arabiyya urlano contro l'arroganza israeliana che deve fare la fine dei dittatori, compreso l'accordo di Camp David. Mentre c'è chi come Tareq al hamid su asharq al awsat fa parlare da solo il titolo del suo editoriale: «Si prova a incendiare l'Egitto».

Il vicino Israele, per chi usa la testa e non i sentimenti, si prova a tenerlo lontano. La preoccupazione ora è la ricostruzione del Paese. Sono queste le analisi e le opinioni arabe "pensanti".

La percentuale però dei pensanti non è alta quanto quella dei sentimentali. Ma la malattia incontrollabile della violenza si cura solo con la giustizia e il realismo.

Si sa che purtroppo non sono parole che vanno di moda in questi tempi, ma non si può chiedere solo il sostegno dei pensatori arabi per calmare le acque. Lo hanno capito bene anche i molti intellettuali israeliani di fama internazionali che si sono mossi nella direzione del dialogo.

Uscite come quella di Zygmunt Bauman che ha destato non poche polemiche: «I politici israeliani sono terrorizzati dalla pace. Tremano, col terrore della possibilità d'una pace. Perché senza guerra e senza una mobilitazione generale, non sanno come vivere. Israele non vede come un male i missili che cadono sulle cittadine lungo i confini. Al contrario: i politici sarebbero preoccupati, perfino allarmati, se non piovesse questo fuoco».

La piazza che sbaglia si alimenta anche di quella che chiamano «l'arroganza israeliana», che sbaglia ma non paga mai. I sei egiziani uccisi alla frontiera per sbaglio o gli attivisti turchi della Flottilla non sono più errori da fare, ma vite umane che vanno onorate. Questo ha voluto dire la Turchia. Iniziare dalle vite a ristabilire chi siamo.

  • GiuSci |

    Grazie per questo bellissimo blog! Continuerò a seguirlo.

  • Stefano |

    La Turchia dovrebbe spiegare qualcosa sul trattamento dei curdi, per niente diverso da quello che gli israeliani riservano ai palestinesi.

  • Sejo |

    Già sarebbe abbastanza se si riuscisse a non fomentare le piazze contro un nemico esterno, quando ce ne è uno interno che si chiama povertà. Quando c’è da ricostruire un intero Paese.
    Saranno anche pochi i «pensanti» e pessimo l’attuale governo di Gerusalemme, ma credo ci sia chi ha tutto l’interesse – e la capacità – a far protestare in maniera violenta le «masse». Nel pieno della tradizione, diciamo così, mediterranea.

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