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Libia: l’immigrazione, l’altra merce di scambio

Gheddafi, dopo aver tremato vedendo la sua caduta avanzare a velocità prima impensabili, denunciò i disordini come frutto della mano di al-Qaeda.

Quando questa teoria risultò poco credibile agli occhi degli osservatori internazionali, allora ha tirato fuori l’altra carta della paura:l’immigrazione.

“Le porte della Libia si apriranno e l’Europa diventerà Africa”, ha minacciato. E ha funzionato, in parte. Dall’Italia Maroni, preoccupato, ha avvertito: “Più bombe significa più immigrati”.

E gli emigranti continuano a sbarcare a Lampedusa.

Ma è davvero solo colpa della guerra in Libia che prima chiudeva le porte a tutti senza distinzione alcuna, senza rispetto dei diritti umani, ma solo il rispetto – costi quel che costi – di un accordo molto pragmatico?

Sarebbe troppo semplicistico credere davvero che sia questo il problema. La vera colpa è quella di aver chiuso gli occhi per lungo tempo in quell’area sud del mediterraneo travolta da guerre, fame e ingiustizia. Aver chiuso gli occhi per decenni, appoggiando regimi spietati, equivale a chiudere ancora oggi gli occhi a questa tragedia umana che va oltre la parola emigrazione. Persone che sono sempre scappate da una vita disagiata, ma sempre rimaste in ombra grazie alla prigione Libia. Ora la guerra non ha fatto altro che aprire le porte della prigione e buttarci in faccia la realtà. 

Che fare? Disegnare un altro modo più attento e più umano nell’approcciarsi a questa tragedia o continuare a trattare il dramma di vite umane come una merce di scambio?

Una triste risposta dalla Libia arriva dalle ultime dichiarazioni: "Quanto alla questione dell'immigrazione il comitato nazionale di liberazione di Bengasi ha già detto che quando assumeranno il controllo del paese e quindi anche sui porti di tripoli e zuara, gli sbarchi cesseranno”. Insomma la Libia tornerà prigione. Magari l’Europa tirerà un sospiro di sollievo, ma il problema migrazioni in realtà resterà.