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L’Italia è un ponte, sogniamo la Francia

Lyon, Paris, Marseilles, vive la France. Non è uno slogan pubblicitario per chi vuole scegliere dove passare le prossime vacanze, ma sono solo alcune delle destinazioni dei centinaia di tunisini sbarcati in questi giorni a Lampedusa. E l’Italia? Neanche per sogno a sentirli parlare dietro la recenzione del centro di Lampedusa.

L’Italia è solo il ponte per arrivare altrove in Europa: in Francia, la meta più ambita, la loro America. Proprio quel paese che li ha delusi quando, nella rivolta contro Ben Ali, si aspettavano dalla France di «libertè, ègalitè et fratentitè» un aiuto concreto. Niente, Parigi fece orecchie da mercante. Ma tant’è, oggi questi tunisini sono pronti a bussare alla sua porta. Vogliono raggiungere i loro parenti già presenti sul territorio francese.

«Siamo qui solo di passaggio», si affretta a spiegare una voce dei tanti volti dei giovani della Tunisia. «Appena usciamo da qui c’è già chi ci aspetta», continua sicura di sé.

Parlano uno sull’altro, questi ragazzi, in un dialetto tunisino molto stretto, alle volte incomprensibile. Spiegano di arrivare da zone molto povere della Tunisia: «Dove una vita normale non c’è mai stata nemmeno di passaggio. Puoi nascere in un modo e per generazioni morire allo stesso modo».

Poveri per sempre senza un bricciolo di possibilità di migliorare la propria condizione di vita. Ecco perché, dopo aver lottato per liberarsi dal regime, così tanti tunisini lasciano il loro Paese per un continente che non conoscono e che dimostra di non voler dare loro ospitalità.

Un paradosso, in apparenza. Ma se ne chiedi le ragioni ai diretti interessati, la risposta chiarisce tutto: «Tanto a noi non ci cambia niente».

Arrivano dal Sud o dalle parti di frontiera con la Libia. Nomi di piccoli villaggi, difficili da ricordare. Dove si cresce con un solo pensiero: scappare, emigrare. La rivoluzione non è bastata a cambiare questo desiderio.

E questa volta ce l’hanno fatta. Prima della rivolta il viaggio costava molto ed emigrare illegalmente, in Tunisia, era un reato che costava 3 anni di carcere.

Oggi tutto questo è stato cancellato e, nella fase di transizione, il desiderio si trasforma in realtà: «Siamo arrivati con una barca, facendo una colletta tutti insieme anche con il Raiss (il comandante) per pagarci solo la benzina che sarebbe servita per il viaggio – racconta Ahmad – non abbiamo pagato niente».

Qualcuno non è stato così fortunato e dice di aver pagato, ma sempre poco rispetto ai vecchi prezzi. Il viaggio Tunisia-Lampedusa sembra essersi trasformato in un viaggio lowcost a sentirli parlare.

«Ma non siete regolari, siete clandestini e come tali non potete rimanere qui e girare in libertà lo sapete?» «No, no, gridano. Noi resteremo un po’ qui, ma dopo averci identificati ci libereranno e ci daranno quel foglio… come si chiama, sì, il foglio di via. Lì c’è indicato che entro 5 giorni dobbiamo lasciare il territorio. È in quel momento che noi scapperemo ancora, andremo a Nord dai nostri parenti».

«È sicuro – dice un altro – è sempre stato così. Non abbiamo altra scelta, noi indietro non vogliamo tornare. Troppa povertà, troppa fame, non c’è futuro». E la possibilità di un rimborso di 1.500 euro per chi ritorna a casa? Fanno un ghigno. «Noi abbiamo rischiato la vita per cambiare il nostro futuro – dice con sguardo fisso Rafik, un giovane ben vestito che non sembra sbarcato da appena 24 ore da una barca fatiscente – credi che il nostro futuro valga 1500 euro e un ritorno in un paese dal quale siamo scappati disperatamente?».