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I bluff di Gheddafi, le ipocrisie dell’ Occidente

«Bin Laden ha distribuito delle pillole stupefacenti e droghe agli abitanti di Zawia per combattere contro il nostro caro Paese». Ecco. Questa è la spiegazione secondo Gheddafi, alle migliaia di persone che rischiando la propria vita, hanno avuto il coraggio di dire “no” al suo regime. Quel leader da cui in tanti solo ora si affrettano a predere le distanze. L'intoccabile ora diventa un appestato. Prima era vestito da re, trattato da Re, da dottore in filosofia, ora si scopre solo un “beduino del deserto”. Al naturale: un pazzo senza cerimoniale.
Ma quella sua immagine da re, in realtà, valeva solo da quest’altra parte del mediterraneo. Tutto il mondo arabo sapeva chi era Gheddafi (un esempio è la compattezza della lega araba contro di lui e per una no fly zone). E quante umiliazioni hanno subito quegli arabi, nel vedere quello che per loro era il “beduino” eletto a rappresentare istituzionalmente il loro mondo. Anche su questo un giorno, quando tutto sara' finito, bisognera' riflettere.
Gheddafi intanto continua a invocare il rischio di Bin Laden, il fantasma dell'Occidente, il simbolo per eccellenza del terrorismo e del fondamentalismo islamico. Gli altri due, Mubarak e Ben Ali ci avevano girato intorno. Senza successo. Ma per Gheddafi Bin Laden e' sempre stata la carta vincente per nascondere il suo vero volto e assicurarsi con quell'alibi l’eternità. L’alibi di quell’uomo dal volto apparentemente timido che nella sua comparsa dichiarò la sua guerra all’occidente in nome della Umma islamica – peraltro mai chiamata per eleggerlo a suo anchorman – cambiando e stravolgendo tragicamente la vita di milioni di persone.  Scatenando guerre di religione, scontri di civiltà e un odio e una paura senza precedenti per la nostra storia contemporanea. 
Da un mese a questa parte, però, il mondo arabo islamico, paese per paese, è in fermento perché ha deciso di cambiare pagina costi quel che costi. Ha deciso di parlare a nome suo. E tutto in maniera pacifica (da lasciarci sbigottiti) pur se istigato alla violenza con l’introduzione in mezzo alla folla dei manifestanti, di picchiatori addestrati dal regime e mercenari pronti a vendersi al miglior acquirente. 
Da questa parte del mediterraneo, a bocca aperta, siamo stati presi alla sprovvista e ancora non riusciamo ad accettare le risposte ai perchè di tutto questo. Abbiamo fallito, più occupati a fare affari e ad ascoltare solo una campana. Quella con cui fare affari. Non ci eravamo accorti che sotto al regime c’era una popolazione. Delle persone, che al 60% hanno meno di 30 anni, ma che pur se neolaureati sono disoccupati al 15 / 30 %. Una vera bomba sociale, di cui abbiamo viste le conseguenze.
Ma noi, siamo rimasti con l’immagine orientalista del mondo arabo, proprio come quella che lo stesso leader libico ha riproposto sotto i nostri riflettori, con tanto di tenda, cammelli e cavalli berberi. Ci piaceva. In fondo quell’immagine dell’arabo difficilmente riusciamo a lasciarcela alle spalle. E a quest’altra in questi anni si è aggiunta quella del terrorismo e del fondamentalismo di al-Qaeda. Un revival ormai. Pur se non appaiono questi fantasmi li chiamamo. Quasi ci mancassero. Non c’è stato paese in cui non si è gridato in questi giorni all’allarme islamismo/terrorismo e fondamentalismo. Pur se dalle piazze le masse hanno gridato “libertà e democrazia” e non “più islamismo” o altri slogan contro l’occidente.
Prima l'Algeria poi la Tunisia e poi l’Egitto e oggi tocca alla Libia. Non c’è paese che non ha visto la sua rivolta accostata a un “istan”: Tunistan, Egistan Libistan. L'ultimo è l’Emirato Islamico di Libia. Chi conosce la storia di questo paese sa bene che è segnata anche dal fondamentalismo islamico di matrice qaidista, ma ancor prima degli anni ‘90. E soprattutto prima che il fondamentalismo di al-Qaida entrasse in contatto con l’occidente (11/9). Il suo obiettivo era preciso: rovesciare il regime di Gheddafi. Ma Gheddafi i conti con questi gruppi li ha ampiamente saldati. Con la loro carcerazione e poi la conseguente scarcerazione in nome di quell’ ambiguo programma di riabilitazione dei jihadisti  (rivisitazione del concetto della jihad), portato avanti proprio dal figlio Sayf al islam. Negli ultimi 5 anni i terroristi liberati sono circa 850, e l’ultima “ondata” di liberazioni guarda caso è avvenuta  il 16 febbraio, un giorno prima del “giorno della rabbia”.
Questo ce la dovrebbe dire lunga, su quali siano gli obbiettivi dei regimi. E del loro rapporto con il terrorismo. Una minaccia nata soprattutto dalla repressione e poi usata  a loro vantaggio.
Ma con queste rivolte tutto e' cambiato. Perché queste rivolte sono la prima vera disfatta di al-qaeda, di Bin Laden e dell’immagine del fondamentalismo. Anche loro sono stati presi alla sprovvista. Le ribellioni sono l’antitesi alla loro ideologia e al loro disegno universale del mondo arabo islamico.
Sicuramente da queste rivolte uscirà anche la consacrazione dell’islam politico che per anni ha vissuto in clandestinità. Ma questa e' una partita tutta da giocare, da guardare con fiducia. Prospettare ancora una volta lo spauracchio del fondamentalismo non solo è rozzo e miope politicamente, ma non rispettoso verso chi questa rivoluzione la sta pagando con la propria vita.

  • Picchio |

    Con permesso, ma non siamo debosciati mentali. Tutti da questa parte del mediterraneo sapevano chi fosse Gheddafi, da decenni. Avrà un mucchio di difetti, ma è il capo ed ha i suoi seguaci. Abbastanza per vincere in breve tempo se non verranno aiutati i rivoltosi.
    Il problema è cosa fare, semmai. Perché è un vizio degli arabi di accusare sempre e comunque. Vogliono aiuti, poi non li vogliono perché vogliono fare la rivoluzione in pantofole da soli, poi ne vogliono alcuni, poi si pentono e così via.
    La verità è che vogliono fare la rivolta all’acqua di rose, protetti dai media e org internazonali.
    Ma la Storia è piena di rivolte finite in bagni di sangue mostruosi e guerre civili catastrofiche. Le rivolte possono costare tanto e tanto spesso non sono state quelle cosette recenti fatte dagli Egiziani e Tunisini.
    Per loro grande fortuna. Devono sperare che la fortuna duri.

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