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Non è più l’era della «Fratellanza»

Quando si andrà a vedere cosa c'è da imparare dietro a questa primavera araba? Quando si capirà che è impensabile continuare a credere che le scelte di questa parte del mondo possano essere o bianco o nero. Che questa parte del mondo sia destinata a incamminarsi o in un regime filo-occidente o in quello fondamentalista e anti-occidente. O Iran o Egitto. Bisogna fare un passo in avanti. E chi continua a sostenere questa tesi dimostra non solo di non sentire la pancia della piazza, di non vedere la frammentarietà dei suoi volti: soprattutto giovani, soprattutto istruiti. Nuove generazioni di arabi. Ragazzi con le teste rasate ma anche ragazze con il velo e i jeans stretti sui fianchi.
Si rischia di commettere lo sbaglio di rimanere inchiodati proprio nel 1929, nascita dell'ideologia del fondamentalismo islamico, con la Fratellanza musulmana fondata da Hassan al Banna, o alla deposizione dello scià in Iran. Il risvolto della storia di un paese che tanto ci spaventa (ma ci dimentichiamo che, prima ancora della rivolta del gelsomino in Tunisia, c'è stato proprio in Iran, uno dei regimi più chiusi nell'area, l'ondata verde dei giovani iraniani).
Da quegli anni a oggi molte cose sono cambiate. Molti esami hanno affrontato i movimenti islamisti, e molti non li hanno superati. Così, la loro ideologia politica islamica è maturata con il tempo, costringendosi a lasciare molto per strada. Perché si è capito che se si vuole avere posto nel mondo ci si deve adeguare alla modernità. E questo si spiega con la loro rivincita sul territorio, sui giovani, e in Occidente. E se dobbiamo fare l'esempio di un paese, la Turchia è l'esempio più rappresentativo. Mentre se vogliamo fare l'esempio di un personaggio, Tariq Ramadan è l'incarnazione, il simbolo del pensiero islamista più moderno ed europeo. Di come anche attraverso il confronto democratico si possano trovare compromessi. Ci si forma e ci si adatta.
Ci sono poi le invisibili leggi della globalizzazione che lo chiedono e che più di altre guerre o leggi vere e proprie, riescono al meglio a modificare, indirizzare e incamminare intere società. E quella araba non ne è immune. È varia, schizofrenica, al contrario di come viene rappresentata. È in fase di costruzione. È alla ricerca di una sua via.

Se continuiamo a rimanere inchiodati al 1929 abbiamo davanti un solo risultato: la clandestinità di un movimento e di un'ideologia aggredita e messa alla berlina in modo anti-democratico, e senza un confronto leale, non fa altro che portare al fondamentalismo. Una degenerazione che ci ha fatto conoscere movimenti come al Qaeda. Un Bin Laden che si sente autorizzato a parlare in nome dell'Islam e dei musulmani nel mondo. La battaglia si fa sul campo, con le idee. E in queste piazze, bisogna ricordarlo e rimarcarlo, c'è tutto. Quel tutto che deve giocare con ogni mezzo in modo trasparente e democratico per avere un ruolo. C'è il grido di Allahu akbar (Dio è grande) ma anche e soprattutto quello di Hurriyya (libertà): sottomissione a un Dio, e la libertà di essere uomini liberi.
Oggi la maggior parte dei movimenti islamisti, come testimonia l'esempio stesso di quello tunisino, guarda ad Ankara e non a Teheran, come invece da questa parte si teme erroneamente, cavalcando l'onda della paura. Perché? Sono più maturi e consapevoli di come possono arrivare ai loro interessi e avere un ruolo attivo nel panorama internazionale. Vogliono e cercano un ruolo, e sanno che solo i mezzi della diplomazia possono favorire la loro entrata. Le parole democrazia, libertà e diritti umani sono l'unico pass per l'entrata. Hanno capito che la propaganda populista serve, ma fino a un certo punto. Hanno capito che serve un programma politico che non sia indirizzato solo a una parte dei musulmani ma estendibile a tutti e che ammicchi anche all'Occidente. La loro visione è di un Islam nel futuro.
Oggi quando si trovano davanti a una telecamera, ci pensano più di una volta prima di rilasciare una dichiarazione perché non vogliono cadere nella trappola di essere etichettati come fondamentalisti. La lezione l'hanno imparata.
Cosa dobbiamo invece imparare noi da queste rivolte? Che la repressione di matrice islamica combattuta attraverso un'altra repressione di matrice "laica" – guardata con occhio benevolo dall'Occidente nel nome della stabilità e della lotta al terrorismo – non risolve il problema, ma lo fa anzi degenerare ancor di più. Creando blocchi e lasciando poco spazio a una via d'uscita. Ed ecco la creazione del concetto dello scontro di civiltà. Due blocchi incompatibili tra di loro. Concetto che travolge anche chi non vuole per forza essere identificato come occidentale solo perché ha idee laiche, ma che da quel momento in poi si sente in trappola. Non reprimere chi ha idee lontane dalle nostre significa responsabilizzarlo davanti a se stesso, a chi lo sostiene e al mondo intero. Questi movimenti hanno bisogno di responsabilità per sentirsi parte della democrazia, per vincere o perdere senza alibi.

  • Siham |

    il problema, è che da questa parte del mondo non si voglono avere interlocutori alla pari. per loro andavano bene i tiranni che hanno messo loro perchè basta che fanno i comodi e i loro interessi. e chissenefrega che quella gente per decenni è stata soffocata, annientata. chissenefrega che non venissero rispettati nemmeno i minimi valori dei diritti umani. a nessuno frega niente. tanto Ben Ali, Mubarak Gheddafi e altri ancora sono amici dell’occidente( cioè fanno quel che l’occidente chiede basta che paga e garantisce la poltrona chiudendoci un occhio).

  • Picchio |

    Sarà meglio che sia così. Perché se non è così il mondo mediterraneo passerà un “mare” di guai. Ah, ah,ah.
    Francamente è possibile che le cose vadano bene, ma l’esperienza in altri paesi insegna che le cose sono spesso più dificili di quello che sembra.
    Molto dipenderà dall’economia. E’ questo che preoccupa. L’Egitto non è messo molto bene da quel punto di vista e il livello di istruzione è molto basso.
    Basterà poco per mandare tutto a ….

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