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musulmani, cristiani, ebrei uniti contro il terrorismo»

«Cerchiamo il vostro supporto contro il terrorismo». È l’appello che l’ambasciatore egiziano rivolge alla comunità internazionale e all’Italia «da sempre paese amico dell’Egitto». «Li invito a supportarci in questo momento difficile che è contro l’unità nazionale dell’Egitto ma è anche contro l’umanità stessa. Contro il futuro dei nostri figli. È questo che rappresenta il terrorismo». Ashraf Rashed è appena tornato da Milano dove ha incontrato i preti e le diverse comunità copte. L’ambasciatore ha voluto portare loro le condoglianze dell’Egitto, riflettendo sul male che un’altra volta ha macchiato di sangue il loro paese. È provato, ma non si stanca, vuole parlare riflettere e argomentare anche da qui, dall’Italia, su cosa rappresenta «questo avvenimento drammatico». E non senza qualche rammarico osserva: «L’Egitto ha lanciato avvisi sul terrorismo dagli anni 70, e nessuno ci ascoltava all’epoca. Tuttavia l’eco che questo dramma ha avuto sui media italiani non ha eguali rispetto agli altri paesi europei. Un’eco che, più dei fatti e delle analisi di questa tragedia che ha colpito la nostra comunità copta e l’Egitto intero, da alcuni media è stata abbondantemente caratterizzata dall’accusa generalizzata all’islam, come fosse una religione che predica il terrorismo. A cosa serve tutto questo? A fare il gioco dei terroristi. Un’altra volta si è perso di vista il bersaglio che deve essere l’obiettivo di tutti noi e che è il terrorismo e basta, che non deve avere nessun colore religioso».

Lo storico cattolico Alberto Melloni, ieri sul Sole 24 Ore metteva in guardia: «Ora l’emergenza è il fondamentalismo che non va confuso con una lettura rigida dell’islam: chi uccide è blasfemo, si tratta di un azione contro il corano. Va considerata una forma di terrorismo». Sono parole che spiegano e guardano con realismo a quello che stiamo vivendo in questo momento, ma difficili da trovare sempre nei dibattiti.

Difficile – spiega Rashed – che venga separata la parola "islam" da "terrorismo". Difficile fare chiarezza, mentre è più facile fare confusione. «Questo è un problema. È un problema nella comunicazione che ha gravi e pericolosissime conseguenze sulla percezione di quello che è l’islam, finendo per contribuire a minare la convivenza e per fare dunque il gioco dei terroristi. Non dobbiamo cadere nella trappola dei terroristi che hanno un unico obiettivo: destabilizzare la convivenza tra popoli e religioni che nel loro profondo di fatto hanno lo stesso messaggio d’amore e di rispetto reciproco verso l’altro».

«In Egitto – aggiunge l’ambasciatore – sono tutti reputati egiziani, le leggi sono uguali per tutti, non ci sono differenze tra credo, come qualcuno erroneamente ha voluto far intendere. Questa notte è il capodanno copto, e lo sa che tutti gli egiziani festeggeranno senza distinzione? Perché questa festa è festa nazionale, e questo la dice lunga su quella che è la società egiziana».

Senz’altro è importante, ma a sommare le continue denunce di persecuzioni di cristiani in altre realtà estreme, non si può non cogliere la gravità dell’allarme. Al quale si aggiunge l’allarme per chi invece subisce la discriminazione nella quotidianità, la "discriminazione popolare" solo perché non è musulmano, e questo accade anche in diversi paesi a maggioranza islamica e più aperti.

«Premesso che da noi – sottolinea l’ambasciatore – non c’è una rappresentazione di minoranza o maggioranza, sono tutti uguali. Per quanto riguarda la discriminazione popolare è un problema di educazione al rispetto della diversità su cui noi tutti dobbiamo lavorare insieme. Sia da una parte che dall’altra. Noi dobbiamo tutti lavorare nella direzione del dialogo e del rispetto dell’altro, e faccio riferimento anche a quelle frange e partiti politici che anche in Europa sono in crescita, ma che rendono difficile la convivenza con gli stranieri e chi professa altre religioni. Non dobbiamo permettere all’ignoranza e alla fobia verso il diverso di sopraffarci. Il problema è che ormai non parliamo e non diamo più spazio alle cose che ci uniscono ma solo a quelle che ci dividono. Il vero passo avanti contro queste malvagità lo dobbiamo fare insieme tutti noi, musulmani, cristiani ed ebrei. Mi piacerebbe che anche da qui, dall’Italia, ci fosse un’azione unita contro il terrorismo. Come un male che non deve essere assimilabile a una religione. È un dolore forte per ogni musulmano che la sua religione venga dipinta e venga macchiata come terrorismo. Per il bene di tutte e tre le religioni, c’è bisogno di un lavoro comune che parta anche dalle parole. Non ci può essere un terrorismo islamico cristiano o ebraico. Il terrorismo è terrorismo e basta. La religione è cosa alta».