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Quei piccoli centri dove l’integrazione arretra

«Sono stati loro. Via i marocchini dall'Italia. Padroni a casa nostra. Occhio per occhio dente per dente. Ne abbiamo abbastanza di questa gente qui». Ieri era il romeno, l'albanese, lo zingaro o il cinese, la cronaca di oggi vuole che tocchi al marocchino. Poche frasi – tenute a bada, questa volta, da un sindaco leghista che ha gettato acqua e non benzina sul fuoco dell'odio – che bastano però per capire il sentimento della nostra Italia e non solo in provincia. C'è tutta la paura e la chiusura verso un diverso che, anche se sono passati più di 40 anni dalla sua emigrazione, ancora risulta difficile sentire vicino di casa. Ed ecco le chiacchiere ai bar e i cartelli per strada, quasi come fossero i manifesti delle prossime elezioni, fanno da scenario a questa triste tragedia: Yara, una ragazzina di 13 anni che scompare nel nulla, e un 22enne di origine marocchina fermato per presunto omicidio (e che ora però starebbe per essere scarcerato).

Che cosa ci sta succedendo per renderci così divisi e sicuri di noi stessi anche se stiamo sbagliando? Invece di inorridire davanti alla violenza contro le donne, alla quale ancora oggi non si trova rimedio, ci preoccupiamo di trovare nell'altro il capo espiatorio, il cattivo, quello straniero che è più delinquente di noi e che deve essere per forza più orribile di noi. Questo ci serve per rassicuraci ancora una volta delle nostre paure. Di noi. Esseri umani capaci anche di malvagità.
Brembate di sopra è uno di quei tanti paesini-famiglia, dove ci si conosce tutti e dove non si crede che in casa la malvagità possa arrivare. Brembate è anche uno dei tanti paesini di provincia nel nord Italia che sempre più immigrati (come risulta anche dall'ultimo dossier Caritas) scelgono volentieri per potersi stabilire con un lavoro e la propria famiglia. È più accessibile economicamente. Ma c'è un prezzo da pagare. E la famiglia straniera nella famiglia-paesino difficilmente riesce a inserirsi pienamente. Non è sempre colpa degli "italiani": molte volte ci s'impigrisce e si preferisce formare il gruppo piuttosto che integrarsi. Accentuando le distanze e le differenze. Ed ecco nascere i bar per soli marocchini, le vie e i negozi per soli cinesi, i quartieri e i palazzi per soli stranieri, nel disinteresse comune. Un circolo vizioso che è avviato ormai da anni, e che produce una comunità di disintegrati vittime e alle volte anche artefici della propria condizione.

Ma se nella grande metropoli puoi anche provare a mimetizzarti, le regole del paesino sono tutte particolari. Lo sa bene Ahmed, da 30 anni in Italia, che vive in un paesino nella provincia di Torino. Racconta come sia facile che la fiducia si trasformi in paura in poco tempo, quando ti trovi a vivere in una realtà piccola come quella di un paese di provincia. E come sia più evidente in questa piccola Italia in miniatura la separazione e la ghettizzazione tra stranieri e italiani.
«Lo sai? Prima ero solo Ahmed, ma da qualche anno, con la paura dei musulmani, in qualche battuta sono diventato "Saddam", e ho perso più di un cliente in negozio. La verità – racconta – è che la percezione degli immigrati da trent'anni a questa parte è peggiorata. Sì, è vero che ci sono più immigrati, ma sono sempre più tenuti a distanza, la condivisione e i sorrisi in realtà riguardano solo il lavoro, quello che produci come operaio o manovale. La curiosità umana di chi sei o cosa provi non interessa a nessuno». «Quel li l'è un brav mat, lavora sodo», dice in piemontese Ahmed: «È solo questo il riconoscimento che ci viene riservato».
Il paese di provincia ci segnala, e non è la prima volta, come sia fragile e possa frantumarsi il concetto d'integrazione. E lo dimostra la schizofrenia xenofoba che i fatti di cronaca che coinvolgono stranieri buttano addosso a questo diverso, prendendo di mira intere comunità. «Nel nord c'è maggior integrazione, è vero, ma occhio a non sgarrare di una virgola che si fa presto a passare per il diavolo – continua Ahmed – e noi siamo in continua tensione e continuamente sotto esame».
E il delinquente di origine marocchina, albanese o rumena, diventa "un rumeno, un marocchino, ha ucciso". Travolgendo tutta la sua comunità senza distinzione alcuna. E quando il paese è piccolo la gente mormora, e se ti attaccano un'etichetta è difficile poi staccarla.

  • andrea |

    Caro Michele, a parte che ti consiglio di leggere bene gli articoli prima di commentarli. Nell’articolo non c’è niente che fa riferimento al razzismo degli italiani. Si evidenzia una difficile integrazione e si raccontano le diverse esperienze e storie. E poi scusa, dici che L’Italia non si sta accingendo a diventare razzista e poi , subito dopo sempre tu argomenti con: “Semplicemente reagisce ad un numero enorme di fatti che dimostrano come alcune etnie hanno difficoltà ad integrarsi in paesi che hanno una tradizione cultural religiosa differente alla propria e mi riferisco chiaramente alle popolazioni provenienti da paesi a maggioranza islamica”. se questo non è razzismo cieco ??!!! e poi continui sulla stessa linea dei: marocchini che sono delinquenti e bla bla bla, una banalità senza eguali. Caro michele, da italiano, prima di dare consigli a chi cerca solo di portarci alla luce fatti, che ci possono piacere o meno, cerchi di essere meno partigiano lei e abbia più senso critico su quello che le succede intorno.

  • Fabio |

    Vorrei rispondere a Roberto.
    Mi fa piacere quello che dici ma, al contempo, mi stupisce che tu non abbia considerato un fattore: la differenza tra una metropoli ed un piccolo centro urbano non sta nella quantità di smog che influisce sulle cellule cerebrali ma, purtroppo, nella facilità di nascondersi nel numero. Mi spiego meglio: fa indubbiamente più rumore una discriminazione in un paese di mille anime con una sola scuola di quanta ne facciano 20 in metropoli da 909.000. E’ la famosa differenza tra una goccia d’acqua che cade in un bicchiere vuoto ed la stessa goccia d’acqua che cade in un lago.
    Ma il dramma resta ed è vivo e concreto anche per quelle 20 persone che la maggior parte degli abitanti di una grande metropoli non possono dire di conoscere od anche solo di avere mai visto.
    Più volte su questo blog ho portato come esempio la mia relazione tormentata con una ragazza musulmana ebbene, Roberto, la mia ragazza vive proprio in quella Torino piena di smog che dovrebbe rendere tanto più intelligente la gente. Infatti la “gente” di Torino è talmente intelligente ed interessata della vita di una immigrata che lei teme per la sua vita ogni volta che esce di casa per venire da me. I suoi genitori si sono integrati talmente bene nel tessuto sociale della nostra modernissima città che, dopo più di 10 anni di residenza, parlano un italiano stentato; hanno beneficiato talmente tanto delle benefiche proprietà curative dello smog torinese che la loro figlia non si sente al sicuro non solo tra i suoi parenti ma anche tra “la sua gente” solo perchè ama un italiano…
    Purtroppo lo smog di metropoli come Torino, difficilmente rende più intelligenti, piuttosto allontana dalla vista i drammi che si consumano quotidianamente in mezzo al suo ormai quasi milione di abitanti.
    Per questo ripeto, non generalizzando e tenendo ben presente ottimi esempi di integrazione riuscita, che alcuni immigrati non hanno alcun interesse ad integrarsi ma sognano esclusivamente una vita migliore di quella che avevano in patria con le stesse condizioni sociali.

  • Roberto |

    Non so analizzare le cause ma ho degli esempi che confermano quanto dice.
    Abitiamo in Torino città: mio figlio (15 anni) ha un amico, ex compagno delle medie, nato in italia, i cui genitori sono entrambi africani. Questo amico non ha avuto problemi di relazioni per il colore della pelle. Invece ho degli amici che abitano in provincia ed hanno adottato un bambino brasiliano che, proprio nel periodo delle medie ha avuto difficoltà con i compagni per i suoi caratteri somatici diversi.
    Che lo smog della città renda più intelligenti?

  • Michele |

    Non concordo in alcun modo con le considerazioni di questo blog. L’Italia non è affatto un paese razzista nè tanto meno si accinge a diventare tale. Semplicemente reagisce ad un numero enorme di fatti che dimostrano come alcune etnie hanno difficoltà ad integrarsi in paesi che hanno una tradizione cultural religiosa differente alla propria e mi riferisco chiaramente alle popolazioni provenienti da paesi a maggioranza islamica. C’è da chiedersi infatti come mai i problemi di integrazione provengano solo da queste popolazioni (ha mai sentito parlare di problemi di integrazione con i filippini??) che sanno solo pretendere mentre nei loro paesi, a popolazioni provenienti da altre culture non concedono nulla. Si pensi ad esempio alle popolazioni indiane e filippine emigrate nella penisola arabica, che vivono in condizioni di schiavitù. Non mi pare di aver letto nulla su queste vicende in questo blog. Ma tornando al tema dei marocchini, statistiche del ministero del’Interno evidenziano che le popolazioni magrebine “eccellono” tra coloro che compiono reati a sfondo sessuale, ora, se lo 0,5% della popolazione residente è di origine magrebina e tale popolazione, nel nord del paese compie il 30% dei reati a sfondo sessuale il problema è in questa popolazione non negli italiani (come al solito, surrettiziamente accusati di xenofobia, come fa lei nei suoi articoli). Aggiungo che se un italiano o un europeo si macchiasse, in uno dei paesi di origine di questi immigrati, di delitti analoghi, probabilmente si scatenerebbe (cosa peraltro più volte accaduta), una spaventosa caccia all’uomo, e, colpevoli o meno, i malcapitati marcirebbero in galera (e che galera, altro che TV 24 ore al giorno come da noi) per il resto dei loro giorni.
    In conclusione, le consiglierei un po’ più di cautela e senso critico e un po’ meno di “partigianeria”: prima di criticare questo paese, che fino a prova contraria è ancora libero e democratico e prima di tacciare di xenofobia, provi farsi un esame di coscienza.

  • Fabio |

    Ciao karima,
    non posso dire di riconoscermi in pieno nel tuo articolo. Anche se indubbiamente non hai tutti i torti in quello che affermi, secondo me prima di parlare della nostra paura del diverso o della nostra “schizzofrenia xenofoba”, bisognerebbe cercare di capire quanto effettivamente gli immigrati hanno intenzione di integrarsi nel nostro tessuto sociale: non è facile per chi è nato e cresciuto in un paese in cui le pari opportunità ed i pari diritti sono una legge vedere amiche d’infanzia prive di libertà, dignità e diritti per volere di un padre-padrone che ha potere di vita e di morte su di loro. In effetti è più che ragionevole colpevolizzare chi accusa un marocchino, nigeriano, africano, rumeno ecc… per un crimine senza che vi siano neppure prove; ma non può trattarsi di un sintomo di un’integrazione mai realmente cercata con interesse e quanto mai di comodo per vivere un sogno di una vita migliore? Non è forse normale che si frantumi il concetto d’integrazione se in seno ad una comunità di 2/3000 abitanti spiccano con forza gli atteggiamenti discriminanti di mariti, padri e fratelli sulle mogli, figlie e sorelle?
    Io stesso mi sono dovuto attivare in passato per difendere una ragazza musulmana dalle angherie di un fratello che l’insultava dicendole “tu sei donna e vali meno di zero”!!
    Io credo, ribadendo un concetto già espresso in precedenza sul tuo blog, che quando tutta la comunità musulmana in Italia vorrà accettare le leggi del nostro paese garantendo libertà ed uguaglianza di diritti e trattamenti ad uomini e donne indistintamente, allora si potrà parlare di integrazione e l’arabo non sarà diverso dall’italiano.
    Ciò non toglie che alcuni ignoranti continueranno ad avere “paura del diverso”.
    Fabio

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