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La violenza subita? Colpa nostra

“Io a casa non ci torno, ma vi ricordate che cosa ci fa papà?”.

“Salwa ( nome di fantasia, ndr), in fondo ce la siamo un po’ cercata anche noi. Non dovevamo stare troppo da sole con lui, non dovevamo girare a casa un po’ svestite. Il pigiama lo dobbiamo mettere ché ci copre di più. In fondo è anche questo che prevede la nostra cultura e la mamma ci ha sempre educate a coprirci di più. Non l’abbiamo fatto e allora ne abbiamo pagato le conseguenze.  Insomma Salwa, dai lo abbiamo provocato noi, ma in fondo è sempre nostro padre, lui ci vuole bene.”

Questo è solo uno dei passaggi dello scambio raccapricciante, attraverso la chat di facebook tra Salwa e le sue sorelle.

Salwa è una ragazza di origine marocchine che oggi ha 20 anni, ma a sentirla parlare sembra che ne abbia 14.  Una bambina mai cresciuta che due settimane fa, ha deciso però che era giunta l’ora di crescere, e allora l’unica  soluzione è scappare. Scappare dalla violenza sessuale, fisica e psicologica che ha segnato la sua adolescenza come anche quella delle sorelle: prima con il cugino più grande, poi dal padre. Salwa avrebbe voluto far scappare anche le altre sorelle, ma non ce l’ha fatta.

Loro pensano che se la sono cercata, non riescono a ribellarsi, sono state educate alla sottomissione all’ uomo, al padre. A pensare di essere una proprietà. E sono troppo piccole per vedere che tutta quella violenza non è certo la dimostrazione dell’affetto per una figlia.

“Quando io e mia sorella siamo andate dalla mamma a denunciare le violenze che subivamo dal nostro cugino- racconta Salwa- lo sai cosa ci ha risposto la mamma? Quante volte?. E poi: mi raccomando non ditelo a nessuno. Deve rimanere un segreto perché ne vale dell’onore della nostra famiglia nella nostra comunità”. A cosa servirebbe allora dirle del padre? Anche la madre ormai  pensava “ da uomo” .

“Io mi sono ribellata e sono scappata, ma non posso non pensare alle mie sorelle e soprattutto a quella più debole.

Sì, perchè quando Salwa  parla, il suo pensiero va “a quella più debole” che piuttosto che scappare da casa per fuggire dalla violenza sessuale del padre ha preferito cucirsi: si è infibulata da sola ed è finita  al pronto soccorso. E anziché denunciare il padre, lo ha abbracciato. E stata medicata, le hanno dato qualche tranquillante ( al suo arrivo all’ospedale  era stata presa per pazza) e poi via. A casa.

“ Mi aveva detto- racconta Salwa- che solo così papà avrebbe smesso. E infatti ha smesso.”

Da quando Salwa è scappata di casa, la sorella ha deciso di mettersi il velo. Dice che è una sua scelta, di sentirsi più protetta, può tenere a distanza il padre e tutti quegli uomini a cui potrebbe venire in mente qualche pensiero strano. Può andare all’università  e fare anche un po’ più tardi, tanto il papà ora si fida di più di lei.

Nella giornata internazionale contro la violenza alle donne, dove proprio in questa occasione il Ministro alle Pari Opportunità Mara Carfagna e Emma Bonino hanno firmato a palazzo Chigi, il Petalo rosa- simbolo della campagna mondiale contro le Mgf ( mutilazioni genitali femminili), promossa in Italia da Aidos e Amnesty International – è ancor più doloroso sentire la storia della sorella di Salwa, che ha deciso di infibularsi con le sue stesse mani. Una ragazza nata in Italia, appartenente a una seconda generazione di immigrati, che se la incontri per strada, pensi che sia solo una ragazza un po’ timida.  

La violenza alle donne è multiforme, ed è onesto ricordare che non ha né colore né religione. Ma il problema è quando la violenza  prende la forma della normalità e viene accettata, come regola alla quale  è difficile sottrarsi. E questo succede quando c’è una scala che prevede gli uomini ( per forza fisica, per cultura o per religione  che si voglia ) superiori alle donne.  Per mettertelo bene in testa si procede con la violenza psicologica fin da piccole, che ti educa a sentirti e ad accettarti come inferiore. Inferiore a tuo padre, tuo fratello, tuo cugino, tuo marito. A sentirti sempre una bambina bisognosa di protezione. Di un uomo, padre, fratello cugino o marito che ti protegga. È a quel punto che diventa più che mai difficile denunciare la violenza e l’ingiustizia che subisci. È quel che non permette ancora oggi a molte donne e ragazze che si trovano a vivere sotto le regole patriarcali – giustificate con ” la nostra cultura ci dice” “ la nostra religione ci dice”- a ribellarsi.  Non ci si meravigli, dunque, quando ci si trova di fronte a una bambina, che dice che in fondo quello che le è capitato se lo è meritato o quando una madre davanti a un ‘ingiustizia subita dalla propria figlia  cerca di difendere più l’onore della famiglia che la  figlia stessa. Donne che parlano con la voce degli uomini.

  • Maura |

    Raccontare certe storie è importante, ma temo anche pericoloso. Purtroppo deve passare innanzitutto il messaggio che la violenza appartiene all’Uomo e nessuno può permettersi di volgere lo sguardo altrove. Siamo tutti coinvolti a prescindere dal censo, dall’istruzione e dalla cultura d’origine, ma appunto è qui l’intoppo. La sensibilità generale si infiamma il doppio quando la violenza accade nelle famiglie degli stranieri, le peculiarità etniche e religiose sembrano allora sostenere più responsabilità degli animi e delle menti dei singoli colpevoli. Lavoro in un bar, potessi sintetizzare qui come reagiscono i clienti a notizie di violenze da parte soprattutto dei e tra i musulmani… Ecco perché mi fa male leggere certe storie, i miei clienti sarebbero distratti dall’accenno alla -a noi estranea- prontezza ad infibularsi (che la maggioranza, grazie a certi politici, associa ignorantemente all’Islam) e accantonerebbero il padre-padrone, mostro universale. E il fatto diventerebbe subito un affare loro. I giornali e le tv dovrebbero insistere invece sull’universalità del dramma: la violenza è sempre e solo di genere.
    Bello davvero il tuo blog.

  • diana |

    la “cultura” rende purtroppo accettabili comportamenti che -quando riferiti al singolo- verrebbero identificati come reato..

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