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Islam, 11 settembre, le vere domande

Quasi dieci anni sulla difensiva, presentandosi al mondo intero come “musulmani brava gente”, dopo gli attacchi da ogni dove in seguito alla fatidica data dell’11 settembre. E ora? non è giunto forse il momento, di reagire e di fare un‘autocritica? Sul perché siamo stati vulnerabili a tante critiche e a tanta violenza. Forse è giunto il momento di passare dalla condizione di vittimismo a quella di responsabilità. Dallo slogan “ l’Islam significa pace e non violenza “ a “ l’Islam è progresso e libertà”, rispondendo alle parole “progresso” e “libertà” con fatti concreti di cambiamento?.

L’11 settembre ha due volti. E’ una data importante perché rappresenta il male, la violenza, la paura, ma soprattutto l’ignoranza. Ignoranza sul chi siamo. Che ha permesso ad altri di rappresentarci con voce autorevole senza il nostro consenso: il male uguale l’Islam uguale tutti i musulmani.

L’ignoranza sul chi siamo si traduce anche con il “dove vogliamo andare?.” Fino a quella data, il tempo e il dove vogliamo andare, come musulmani, era predestinato e prestabilito che dovessero rimanere fermi.

Da quella data però, qualcosa s’inceppa, l’Islam eravamo tutti noi. L’Islam era il terrorismo, la violenza, il regresso e l’inciviltà. E noi marchiati per sempre, sotto una lente d’ingrandimento attenta solo a riproporre immagini e parole che entrassero nella cornice dei titoli appena sopracitati.

Noi, che prima vivevamo come rassegnati. Pensavamo di vivere in un tempo fermo, ma tuttavia non c’era andata male, perché vivevamo fuori dalla dar al-islam, in un mondo fatato senza responsabilità, lontani dai problemi, fuori dai giochi, che ancora non venivano affrontati con coraggio e audacia. Poi siamo stati tirati in causa, nolenti o volenti, e questo è il secondo volto dell’11 settembre. Un’opportunità per reagire.

In questi anni ci siamo guardati a vicenda quasi come fossimo in “the Truman show”. Solo che questa volta non era un bello spettacolo e il  protagonista eravamo tutti noi musulmani, neri bianchi o gialli, credenti, osservanti , praticanti o non praticanti, coscienti o incoscienti. 

Eravamo lì, oramai protagonisti della nostra storia, delle nostre radici, della nostra cultura e del nostro essere musulmani.

Dovevamo rispondere a mille domande, alle quali non eravamo pronti. Un lavoro di comunicazione straziante per salvare il salvabile, per salvare la faccia. Ma è ancora nulla, perché il lavoro di questi anni ha rappresentato solo i saluti di presentazioni. E’ ora che inizia il nostro lavoro, un lavoro su di noi. Dobbiamo passare alla seconda fase, non possiamo aspettare, non possiamo rimanere solo sulla difensiva, non possiamo solo auto elogiarci, dobbiamo tirare fuori le mele marce che sono ormai sotto gli occhi di tutti, dobbiamo avere l’onestà intellettuale e il coraggio di affrontare i nostri problemi, le nostre carenze, quelle stesse carenze che hanno dimostrato al mondo intero la nostra vulnerabilità e le nostre debolezze.

E’ per questo che dico l’11 settembre è un male dal quale potrebbe nascere un bene che è quel secondo volto, quell’opportunità che ci sveglia e ci ricorda chi siamo. Che siamo vivi e che dobbiamo partecipare, perché i giochi sono ancora aperti e il futuro non ci aspetta. Invece è la nostra storia che aspetta da molto tempo di essere costruita e continuata da noi, nuove generazioni di musulmani in Occidente.

Qui siamo in un territorio neutro, non abbiamo scuse per non prendere coraggio, per non pensare e ripensarsi, per non analizzare ed autocriticarci, per non guardarci allo specchio e iniziare ad abbattere quelle barriere che segnano in modo evidente il nostro deficit rispetto agli altri paesi, e parlo di diritti umani, di libertà già acquisite da decenni, ma che ancora difficilmente riescono a essere messe sul tavolo di discussione, per non parlare dei deficit di cultura scientifica. Come se “musulmano” e “scienziato” fossero termini incompatibili.

Il luogo dove ci troviamo e l’esperienza del tutto peculiare che viviamo come musulmani d’Occidente, possono essere l’opportunità di un laboratorio per la realizzazione di un think thank  composto da intellettuali musulmani che vogliono promuovere il cambiamento, un nuovo percorso che non è finalizzato a cambiare la propria religione, ma a trasformarsi in un processo illuminato di attualizzazione e di valorizzazione di quella che è la nostra migliore tradizione culturale e religiosa. Perché oggi se devo immaginare e rappresentare il nostro Islam, lo vedo come un albero, che ha le radici bene impiantate nel terreno, ma che ancora è senza rami, senza fiori e senza frutti: la primavera possiamo essere noi giovani.

  • ouejdane |

    Cara Karima,
    Leggo ora il tuo articolo con un anno di distanza, ora che la nostra rivoluzione della libertà e della dignità si sta svolgendo per ridarci tra l’altro la libertà di pensare e di parlare.
    Ora possiamo rispondere e non essere più vittime: non abbiamo fatto le vittime lo eravamo veramente (parlo dei padri e madri partiti dai loro paesi e non chi nasce in Europa o in Occidente). Noi avevamo paura, anche per i nostri figli.
    Ora non l’abbiamo più e ora il muro del silenzio è caduto. Ora parleremo e riformeremo ..

  • lulu |

    un articolo bellissimo perchè ricco di riflessione oggettiva. forse è quello che volevo leggere ma la giornalista con la sua autocritica ha rivelato il volto umano e reale dei musulmani: non si può fare violenza in nome di nessun dio e soprattutto tradizioni e cultura di un popolo non devono distorcere il messaggio religioso. anch’essi sono finiti nel “calderone” dell’11 settembre. se è vero che la religione è l’oppio dei popoli, ebbene dove s’è visto mai che l’oppio spinge a commettere atti violenti, all’aggresività? bellissimo articolo per la pacatezza dell’esposizione e la dolcezza del sentimento che lo ha ispirato. sono cattolica ma mi sento molto vicina all’autrice dell’articolo. avevo dei dubbi sull’opportunità o meno di sostenere battaglie morali e giuridiche in nome di un’emancipazione femminile che le donne musulmane non ricercano. adesso penso che non sia così, forse sotto il manto che le ricopre ci sono mani tese a cercare un appiglio, labbra che pregano Allah per un riscatto sociale, occhi che rivelano un bisogno che nessun burqa può ammantare.e sono sicura che gli uomini musulmani, pur concessa loro la poligamia,se sono davvero innamorati non possono volgere altrove lo sguardo.

  • Adil |

    Penso sia arrivato il momento di affermare la nostra presenza in questa realtà che troppo spesso ha del surreale ( penso ai roghi, fumetti, leggi sul burqa e lapidazioni e chi più ne ha più ne metta).
    Sostengo Karima ed il suo invito per una nostra azione (come musulmani) che permetta lo sbocciare di un Islam liberale e maturo, che sappia assumersi le proprie responsabilità e esprima le sue molteplici sfaccettature senza entrare in crisi di identità e cortocircuiti retrogradi.
    Siamo il nuovo che deve arrivare. Non adagiamoci su questi strati di pigrizia ed ignoranza che coprono la freschezza delle realtà che rappresentiamo.

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