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La misoginia non è imposta dal Corano

«Islam» e «odio delle» donne sarebbero incompatibili in linea di principio. Eppure nei paesi arabo-musulmani la svalutazione della femminilità è tale che nella maggior parte dei casi anche il femminismo più edulcorato passa ancora oggi come una rivoluzione anticoranica.

Lo sostiene il sociologo tunisino Abdelwahab Bouhdiba nel saggio «La sexualitè en islam». E le sue parole non possono suonare più attuali e vere nei giorni in cui stiamo vivendo il caso della lapidazione di Sakineh, come un caso che ci riguarda tutti.

«Pietre né troppo grandi da uccidere subito né troppo piccole da non far male». Far male a chi? All’adultera come Sakineh, a donne come lei, perché di adulteri maschi, aventi rapporti sessuali al di fuori dal matrimonio, e quindi presi a sassate grandi o piccole, con mani legate, occhi coperti e testa bassa, sino alla morte, non ve n’è ancora testimonianza, nei paesi in cui si grida alla giustizia divina ed egualitaria dell’Islam.

È interessante ricordare che la pena della lapidazione esisteva prima nella tradizione ebraica, a Medina, città del profeta Muhammad, ed è stata assunta in seguito anche dalla tradizione islamica, la sunna. Tuttavia non è prevista nel Corano, che prevede solo la fustigazione, per chi è reo di rapporti al di fuori del matrimonio. La differenza dell'introduzione della lapidazione nella sunna (nel caso di coppie sposate, perché per chi non è sposato, è prevista solo la fustigazione) sta nell'aver imposto fortissime restrizioni alla sua pratica sino a renderla quasi impossibile se non per il reo confesso. Basti pensare che, per essere condannati per adulterio, ci devono essere quattro testimoni oculari nell'atto della penetrazione. Testimoni affidabili e musulmani praticanti. Passibili del reato di calunnia in caso la loro testimonianza non sia poi ritenuta attendibile.

Ora viene da chiedersi in quali circostanze e con quali probabilità si trovino quattro testimoni oculari nell'atto della penetrazione. E questo basta per dire che è davvero impraticabile, e che in realtà nella sua epoca è stata una pena più dimostrativa che altro.

La legge del dente per dente occhio per occhio, non è poi così asessuata, in quei paesi che fanno dell’Islam una loro interpretazione più che fondamentalista, del tutto e per tutto maschilista. Non mancano molte donne musulmane libere e non sottomesse, ma sono ancora una minoranza. E sempre più spesso la donna diventa simbolo. Perché uno dei metri di paragone utilizzati nei paesi occidentali per avanzare l’ipotesi di un progresso mancante nei paesi arabi rispetto alle società occidentali è sempre stato quello riguardante la condizione degradante della donna, fatta di disuguaglianza tra uomo e donna e della sottomissione di quest’ultima, nelle società islamiche.

Tuttavia se «nella cultura araba la misoginia ricorre come un lite-motiv – usando le parole di Bouhdiba – è perché ha un senso: testimonia la rottura dell’armonia coranica». Anche se molti testi del fiqh e della sunna si prestano ad un’interpretazione misogina, il corano no. «Le società arabe – continua Bouhdiba – hanno preso dall’Islam non l’idea della complementarietà dei sessi ma, al contrario, quella della gerarchia. La misoginia sotto l’ombra dell’Islam, secondo Bouhdiba, non è altro che «un condizionamento sociologico, e il dibattito sull’emancipazione femminile acquisisce allora un rilievo importante, poiché adombra il dibattito fondamentale del gruppo che intende conservare la propria struttura economica, patriarcale e maschile».

La misoginia è ben altro che un incidente di percorso nella strutturazione delle società arabo-islamiche. E lo sanno bene, e al prezzo di risultare retrogradi e primitivi, coloro che detengono il potere non solo politico ma anche interpretativo della religione. E che di diritti alle donne non ne vogliono sentir parlare. Parola di Dio. Secondo le loro interpretazioni.

Ma se la donna musulmana è oggi il simbolo per eccellenza è anche perché, con l’emigrazione di numerosi musulmani in Europa, diventa discrimine dell’adesione a un principio fondante delle società moderne, quello riguardante il rispetto dei diritti umani.

Il ruolo della donna diventa allora barometro di democrazia. Vedi il più moderno e innovativo codice di famiglia, la Mudawwana in Marocco, che è riuscito a desacralizzare molti tabù e a far acquisire molti diritti alle donne, in alcuni paesi arabi ancora impensabili. Eppure sono tutti paesi islamici. E per di più chi ha promulgato il più innovativo codice di famiglia, non è solo un Re ma anche il principe dei Credenti, perché il Marocco è una monarchia costituzionale di diritto divino.

Ma c’è chi questa strada non intende percorrerla, quasi delineando una linea politica e gerarchica ben precisa, sempre a partire dalle proprie donne.

Anche se molte donne musulmane hanno fatto un lavoro storico nelle loro stesse società islamiche per affermare i propri diritti, tuttavia un grande contributo viene in loro soccorso sempre più da coloro che vivono e nascono in Occidente e dall’Occidente rilanciano nuove sfide. In nome di una maggior tutela e riconoscimento dei propri diritti, e prima di tutto come musulmane, riprendendo testi e reinterpretando leggi nei tempi moderni. Si pensi solo al dibattito sulla poligamia, all’uso e l’obbligo del burqa, all’aumento dei matrimoni misti che hanno visto una corrente di femministe pronte a provare che anche a loro l’Islam concede il diritto di sposare un non musulmano. C’è un interscambio solidale, di sintonia e di complicità tra queste donne, che per il futuro che le attende e che attende le loro figlie, sognano e vogliono vedersi cambiata la loro condizione.

E molte di loro sono quelle che oggi animano, anche se da lontano, le campagne che hanno visto portare all’attenzione dei media il caso di Sakineh.

«O uomo, o mortale orgoglioso, lasciami in pace per un po' con i miei sentimenti, lasciami uscire da questa gabbia gelida, lasciami uscire da questa dolorosa prigione. Se mi lasci libera io volerò verso i cieli più lontani con le ali della poesia, mescolerò la mia voce a quella dei passeri, e canterò con loro, e griderò al mondo degli uomini sleali che io sono una donna, guarda verso di me, guarda verso di noi: siamo esseri umani». È il grido (faryad) della poetessa afgana Atia Gaheez, ma quel siamo «esseri umani» può essere gridato da molte donne vittime di misoginia.

E la vera sfida e il dilemma per il mondo arabo islamico rimane sempre quella tra la religione e la politica: come attuare delle politiche progressiste di uguaglianza nei confronti delle donne rimanendo in sintonia con la propria religione? Una religione che risale al VII secolo d.c., quando la società era comunque caratterizzata dalla subordinazione del sesso femminile a quello maschile