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Vi racconto solo due storie, per capire com’è cambiato vivere da stranieri in Italia, ai tempi del pacchetto sicurezza

Il finto badante in attesa di un permesso di soggiorno

Sette anni in Italia senza mai riuscire ad uscire dalle nostre frontiere, senza mai riuscire a rivedere la propria sposa lasciata in Tunisia. Said (nome di fantasia, ndr) arriva in Italia a 27 anni con un visto turistico, ma poi in Tunisia non ci torna più. Viene attratto dall'Europa. È qui dove vuole restare, dove spera e crede che presto si sistemerà così come hanno fatto in tanti. E portare la sua sposa.

«Il lavoro c'è e a volontà, dicevo, e non c'era preoccupazione, pensavo che bastava solo qualche mese e sarei stato regolarizzato». Invece i mesi passano e gli anni anche, come spiega lui stesso: «Ho continuato a lavorare sempre in nero, senza mai riuscire a trovare nessuno che mi mettesse in regola. All'inizio non riuscivo a capire, poi, man mano che incontravo molti nella mia situazione, ho sentito che la mia condizione era una realtà ben conosciuta anche se molti facevano finta di niente. Dai datori di lavoro ai vicini di casa».

È questa normalità che rende ancora più difficile per Said uscire da quella piccola prigione invisibile che si è venuta a creare intorno a lui. «In fondo lo avevo scelto io di restare, e questo era il prezzo da pagare. Non credevo però – aggiunge – che sarei rimasto in questa condizione per sette anni».

Appena arriva la regolarizzazione per colf e badanti, Said vi intravede l'unica possibilità a cui aggrapparsi per poter finalmente uscire dalla clandestinità, dall'anonimato. «Grazie al cognato di mio fratello che ha un permesso di soggiorno regolare, un lavoro ed è sposato con una italiana, ho potuto fare domanda anch'io per badante, pagando 500 euro e i contributi di 600 euro».

Ovviamente Said non fa il badante, come i tanti che per regolarizzarsi non hanno trovato alternativa se non attaccarsi alla medesima speranza. Continua a lavorare in nero, visto che non può fare altrimenti per pagarsi i contributi e mettere i risparmi da parte in vista del giorno che verrà definitivamente regolarizzato. «Peccato però – sottolinea Said – che è più di un anno che aspetto la risposta alla mia richiesta di permesso di soggiorno. Ho solo una ricevuta in mano, con la quale non posso fare niente e non posso uscire dall'Italia. Tanto più che ha come scadenza il 9 settembre. Non ho più avuto nessuna risposta per la mia richiesta di regolarizzazione nonostante io abbia pagato anche 600 euro di contributi per i quali però mi è arrivata una lettera a casa. Adesso vivo con la paura di ricevere una risposta negativa, nonostante tutti questi anni di sacrifici. Vorrei tornare in Tunisia da mia moglie – conclude – almeno con un permesso regolare.

 

Un ostacolo imprevisto: diventare maggiorenne

Alla richiesta della conversione del permesso di soggiorno da quello per minore a quello per motivi di lavoro, il giovane Kamal (anche in questo si tratta di un nome di fantasia, ndr) ormai maggiorenne e non più minore non accompagnato, si è visto rispondere con un bel provvedimento di diniego. Motivo? Perché era arrivato in Italia all'età di 16 anni e mezzo.

«Ho lasciato il Bangladesh – racconta – quando è morto mio padre. Avevo quasi 16 anni. Ero il più grande della famiglia, e senza mio padre era già tanto se sopravvivevamo. Così mia madre si fece coraggio e mi diede qualche soldo che si era fatta prestare qua e là, per potermi salvare e salvare lei e i miei fratelli una volta arrivato in Europa».

Ma già il viaggio non è stato facile: «Dal Bangladesh – spiega Kamal – prima di arrivare in Italia sono passati sei mesi. Una volta arrivato in Italia, ho girovagato un po', finché sono stato intercettato dai servizi sociali che mi hanno portato in una casa famiglia. È stata la salvezza per me. Perché ho potuto studiare e prendere la terza media, imparare un mestiere e fare uno stage che mi ha aperto le porte per un contratto di lavoro presso un falegname a Roma, una volta uscito dalla casa famiglia».

Per Kamal sembrava tutto pronto: aveva il contratto di lavoro e aveva trovato anche un'abitazione; la madre in Bangladesh, con la quale non ha mai perso i contatti, era più rasserenata. Mancava solo quel documento che lo avrebbe riconosciuto. Avrebbe riconosciuto la sua regolarità: Il permesso di soggiorno.

E invece niente da fare. Secondo le disposizioni del pacchetto sicurezza chi, come minore non accompagnato non si trova in Italia da almeno tre anni e che quindi non ha seguito un percorso di inserimento di almeno due anni, non ha la possibilità di convertire il proprio permesso di soggiorno una volta divenuto maggiorenne e uscito dalla casa famiglia. Nonostante sia inserito perfettamente nel contesto sociale con un lavoro e una casa.

«Adesso mi trovo nella condizione di "un regolare senza permesso di soggiorno". Ma solo perché ho fatto ricorso al Tar che ha sospeso l'allontanamento, sennò sarei un clandestino. È come – aggiunge Kamal – se tu fossi cittadina italiana ma senza possedere la carta d'identità. Non posso lavorare, non posso spostarmi liberamente, non posso più pensare a una prospettiva di vita futura, come invece prima sognavo. E non so fino a quando. Sono qui che aspetto e adesso ho 19 anni».