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Non contano i numeri a Roma, contano le anime

Sono scesi in piazza, sfidando la pioggia di Roma, la banalità di doversi distinguere dall’ovvio, contro la violenza e il terrorismo mettendo da parte la barbarie di insulti di una settimana intera, propagandata dalla grande maggioranza dei nostri media italiani.

Sono scesi in piazza anche se scendere in piazza, per migliaia di musulmani immigrati in Italia – la prima generazione, i nostri genitori, i padri dell’immigrazione in Italia – e’ lontano anni luce dalla loro cultura. Abituati a sentirsi sudditi e non cittadini nei paesi d’origine, trattati ancora come cittadini di serie B nel paese di adozione, l’Italia.

Sono scesi in piazza con l’emozione e la paura nel cuore. Quella di non essere adeguati nemmeno nell’esprimersi in un corretto italiano. Rassicurati e confortati, si sono fatti stringere la mano dai figli, le seconde generazioni, di musulmani nati o cresciuti in Italia. Che hanno fortunatamente tutta un’altra storia.
Ma qui ci si dimentica facilmente quella dei genitori, la maggioranza statisticamente parlando, che fanno parte di quella generazione che solo dopo decenni di sottomissione a regimi, con il capo chinato, sono riusciti insieme ai giovani a riempire le piazze nel 2011 delle cosiddette “primavere arabe”.

Chi commenta le piazze di ieri contro il terrorismo, con un “erano in pochi”, dimostra di essere ignorante sull’identità di quelle piazze. Di non essere andato oltre il numero dei presenti. Di non conoscere quale emigrazione musulmana abbiamo in Italia, con la sua storia e i suoi sentimenti.
Perde l’occasione di raccontare e analizzare nel profondo una storia.

Il dato significativo di ieri e’ che gli italiani erano pochi o inesistenti, nonostante la manifestazione contro il terrorismo invitava tutti a partecipare.
Molti hanno perso un’occasione rilevante di unirsi alla comunità musulmana in un solo grido: No al terrorismo,uniti contro un male comune. L’immagine ghettizzata dei soli musulmani in piazza, fotografa più di altre una drammatica realtà. I rischi del fallimento della integrazione in Italia insieme ad un odio propagandato da un’informazione scorretta, producono un altro mostro divisivo: il sentimento di alienazione degli italiani rispetto alla comunità musulmana che diventa sempre più netto. E se nemmeno dinanzi al terrore si trova l’unione, allora non ci possiamo aspettare granché dal futuro in chiave di convivenza.

A me ieri, infatti, mi sono mancati gli italiani nella piazza. Quelli che parlano molto bene l’italiano, e che la cultura di manifestare la conoscono eccome, che sono rispetto al milione e mezzo di musulmani, ben 60milioni. Mi preoccupa che abbiano pensato ” che i musulmani facciano i musulmani” e che li abbiano contati per poi dire che erano in pochi, e finalmente radicare e confermare il proprio pregiudizio e la propria ignoranza.
La brutta notizia, non è infatti quanti erano i musulmani, ma dov’erano gli italiani ieri. Gianni Riotta, scrive sulla Stampa, giustamente, che erano in pochi ma servono, dimostrando di aver sfiorato l’importanza di quella piccola comunità in piazza e i simboli che trasmette. Ora io mi chiedo, dove sono finiti i milioni di italiani, che non hanno risposto a questa chiamata. Che si sentono vicini a Parigi nella tragedia ma che a differenza dei parigini, non sono scesi in piazza con i musulmani, dando un netto messaggio ai fanatici, che nella sua trappola di disgregazione paura e scontro, loro non ci cadono. Ecco, la mia sensazione è che da noi, ci siano caduti in pieno.