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Le radici dei foreign fighters nell’Islam da Occidente

Mentre in questi giorni, e a ridosso dell’Assemblea Generale dell’ONU,  continua il surreale dibattito tra le forze internazionali su stare con  Bashar Al Asad o farne a meno, il numero dei siriani che lasciano la Siria aumenta. Anche la classe media siriana ha fatto le valigie, come abbiamo visto nelle frontiere europee. La violenza non ha tregua, perché non c’è giorno che da quel fronte non arrivi il bollettino quotidiano con i morti e i feriti,  e dove diventa arduo – per crudeltà di questa guerra sempre più assurda – capire i fronti in campo e la causa, o meglio le cause, sono divorate dalla barbarie.

Con questo sfondo non del tutto confortante arriva ancora un’altra notizia, che purtroppo non sta avendo la giusta rilevanza: l’aumento dei giovani foreign fighters che raggiungono il califfato e gonfiano le sue fila di combattenti.

Il quotidiano New York Times, con dati alla mano, ci ha fatto sapere che il 2014 è stato un grande anno per Daesh. Molti suoi seguaci da tutto il mondo sono riusciti a raggiungerlo in Siria. Dal 2011 ad oggi il numero è infatti raddoppiato sino ad arrivare a 30mila foreign fighters. Un vero piccolo esercito che non arretra ma aumenta. Ma come è potuto accadere? Forse è davvero questa la domanda che bisogna porsi. Si è chiamato, e a più riprese, maggior controllo, ma è evidente che tali controlli sono davvero inefficaci o si riducono a mere parole. Al di là dei controlli che sono la fase finale, forse è giunto il momento di chiedersi seriamente quali siano le cause della nascita di questo piccolo esercito.

I foreign fighters sono per lo più giovani e dunque rappresentano una vera generazione avviata al suicidio. Una nostra generazione sulla quale bisogna pur iniziare a porsi qualche domanda, per capire perché si è votata alla barbarie lasciandosi alle spalle paesi che vantano diritti, libertà e democrazia, nel caso dei paesi occidentali, dai quali arrivano numerosi.

Certamente, Daesh sin dal suo primo messaggio e in mondo visione, con il suo primo video “La fine di Sykes-Picot ” ci ha lanciano una grande sfida, ma ci ha anche indicato il campo di battaglia. Questo primo video del califfato, significativamente ha un reporter particolare. È Abu Safiyya From Cile come indica il sottopancia. Il primo video dell’Is viene girato da un foreign fighter che parla in inglese, un convertito all’islam con origini cilene. Questo video rappresenterà l’inizio di una serie e di una sofisticata macchina da guerra comunicativa con un target tutto internazionale più che interno. Infatti ci tiene a farcelo sapere in tutti i modi anche con la rivista patinata in inglese Dabiq. Qui sta la chiave e la simbologia del messaggio ma anche la sfida lanciata che con i numeri del Nyt conferma ancora una volta di vincerla mentre continua il dibattito tra sordi su Al Asad dentro o fuori.

Per lo stato islamico dunque i foreign fighters sono fondamentali. Sono nel suo DNA. Un dato al quale non si dà la giusta importanza anche nel contesto di guerra che si vuole fare all’Is.

Al di là del dato psicologico di questi seguaci su cui ci si sofferma molto, credo sia tuttavia davvero miope tenere conto solo di questo, se si vuole analizzare il terreno in cui nasce questa generazione Is. Un terreno che l’organizzazione dello stato islamico ha dimostrato di conoscere molto bene per massimizzare il suo sfruttamento con risultati evidentemente di grande successo.

La verità infatti è che questo virus di matrice occidentale nasce non solo dalla crisi interna al mondo musulmano segnato da una vera stagnazione, dove solo pochi paesi come il Marocco e la Tunisia riescono a fare passi da gigante, ma grazie anche  all’ignavia occidentale verso l’Islam.

Paradossalmente, il non riconoscimento dell’Islam all’interno del contesto sociale occidentale ha permesso il proliferarsi di saccenti imam liberi di veicolare messaggi oscurantisti e fondamentalisti in piena autonomia praticando anche un vero lavaggio del cervello a giovani spaesati.

Non solo imam, ma anche centri islamici di indubbi finanziamenti e con letture dell’Islam davvero preoccupanti. Un esemplare caso è infatti la Gran Bretagna. Che in nome del multiculturalismo ha partorito la più bizzarra frammentarietà dell’Islam con un considerevole tasso di oscurantismo del quale si vedono i risultati.

La comunità musulmana in occidente è ormai giunta alla terza generazione e l’Islam come religione viene anche abbracciato da occidentali, tuttavia non c’è ancora un vero quadro normativo di riconoscimento che possa diventare anche uno strumento di difesa e protezione di questa religione ormai alla mercé dei più fanatici.

Oltre a parlare di Assad fuori o dentro, forse è anche il caso di guardare in faccia all’Islam in casa. Quello a cui guarda l’Is e da dove rifornisce il suo esercito.