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In fuga da guerra e fame, flusso inarrestabile

Non si fermeranno. È la prima sensazione che si ha quando si incontra e si scambia qualche parola con chi dal sud del mondo, rischia la propria vita, paradossalmente, per vivere. È quello che ho avuto modo di percepire e portare con me quando a Lampedusa, incontrai i tunisini che scappavano dalla dittatura di Ben Ali. Ma anche a Linosa e ancora a Lampedusa e a Palermo con i siriani, che avevano fatto il giro del medio oriente per arrivare a Lampedusa. Identica la testimonianza delle altre comunità africane dimenticate dal mondo che scappano dalla guerra e dalla fame. La fame, parola impopolare, che non sembra essere abbastanza per giustificare la pietà dell’accoglienza. La paura negli occhi di coloro che scappano dalle guerre, come Bashir, Mohamed, Fatima e molti altri è un pugno nello stomaco, come la fame nei volti delle tante altre persone incontrate che scappano dalla povertà. Solo chi sa cos’è la guerra e la fame, può capire davvero come ciò che sta avvenendo nel nostro Mare Mediterraneo è qualcosa che non si risolve con ricette semplicistiche. Perché loro, che si mettono in viaggio, non si fermeranno. Se non si metabolizza questo dato di fatto non riusciremo ad affrontare questa che è la sfida più importante che abbiamo come comunità europea. Una sfida che non riguarda solo il nostro grado di umanità, ma anche il nostro ruolo in questo mondo, la nostra economia, il futuro che vogliamo. La profezia di Gheddafi, che minacciava l’Europa, con l’arrivo di barconi di clandestini come macchina da guerra, in caso il suo regime fosse abbattuto, si sta realizzando. Il custode delle chiavi della prigione a cielo aperto della disumanità, sapeva quel che diceva. Per molti anni, la prigione era rimasta ben chiusa e lontana dai nostri occhi. Oggi si riversa, come un insulto o uno sputo in faccia a tutti noi. E non si fermeranno. Diffidate di chi, di fronte a questa sfida mondiale, suggerisce palliativi per non affrontare di petto il vero nodo del problema. Il sud mediterraneo, i paesi africani in affanno e il Medio Oriente in fiamme per le guerre in atto, non hanno bisogno di accampamenti di campi profughi che durino in eterno come sta avvenendo in giro per il mondo, nelle zone fragili, come la Giordania, Iraq, Turchia, Libano, e come si suggerisce di fare anche in Libia per i cittadini provenienti dai paesi africani. I campi profughi devono essere di passaggio e non la residenza in eterno di intere comunità, di persone ai quali si è rubato la vita e la speranza prima con la guerra e la fame, dopo con l’eterna sussistenza. Il campo profughi dei siriani nel deserto giordano è la fotografia nitida del nostro insuccesso. Servonorisposte vere. Rispondere a questa domanda di aiuto è un dovere di ogni paese al mondo. Ma è anche l’unica scelta razionale possibile. Deve avere inizio una programmazione seria, di flussi, non solo per i rifugiati, ma anche per coloro che scappano dalla fame e vogliono migliorare le loro condizioni di vita. Perché loro non si fermeranno. Perché troveranno sempre altre vie e altre opportunità per salpare e correre verso la propria salvezza. Un sentimento istintivo di qualsiasi essere umano. Fermare gli schiavisti delle rotte si può e si deve. Ma la speranza di migliaia di persone, che hanno l’unica colpa quella di volersi salvare, non la fermi distruggendo dei barconi. Loro non si fermeranno.

di Karima Moual – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/4dg6c