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Così la cittadinanza diventa meno difficile

Mentre il dibattitto sullo ius soli resta arenato tra ideologie contrapposte, il Governo comincia ad affrontare la questione della cittadinanza partendo dall’alleggerimento di qualche cavillo burocratico di troppo per le cosiddette “seconde generazioni”. I figli degli immigrati, nati e cresciuti in Italia.

La norma, che dovrebbe essere inserita nel disegno di legge sulle semplificazioni in discussione oggi al Consiglio dei ministri, prevede che a 18 anni si possa acquisire la cittadinanza anche «in caso di eventuali inadempimenti di natura amministrativa» da parte dei genitori. Come la mancata iscrizione all'anagrafe. Una svista che ha tagliato le gambe a molti aspiranti italiani, che non potevano dimostrare di essere da sempre, regolarmente, in Italia. È una possibilità già contemplata (ma solo per brevi "buchi" anagrafici) da una circolare del Viminale, e alcuni tribunali avevano già recepito questo orientamento. Ma ora lo si potrà far valere automaticamente, senza rivolgersi a un giudice. In particolare, per dimostrare la presenza in Italia, varranno come prova anche i certificati scolastici e medici.

Tradotto: meno ostacoli per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle seconde generazioni. Una buona notizia. Una novità importante – su impulso del ministro Cècile Kyenge – in quel cammino verso l'integrazione che, per una pace sociale, deve fare i conti anche con le leggi da promuovere su questi cittadini che non possono più essere considerati di serie B.

Non sono infatti mancate, le testimonianze di questo disagio, da parte di molti ragazzi di origini straniera che per un mancato documento si sono visti – al loro diciottesimo compleanno – rifiutare la cittadinanza. Un caso su tutti è quello di Donia Ismail, che abbiamo raccontato proprio su questo giornale (si veda il Sole 24 ore del 23 novembre 2011) e che fortunatamente ebbe un lieto fine, ma solo per la sensibilità del prefettp Mario Morcone al ministero dell'Interno. Perché sino ad oggi, per legge, ancora non vi è una semplificazione alla procedura, ma solo rigidità.

Come testimonia il caso di Loretta, nata in Italia da genitori nigeriani, ma che in Nigeria non ci ha mai messo piede. Quando ha fatto 18 anni la brutta sorpresa della cittadinanza negata: “Dall'anagrafe – racconta – mancavano 3 mesi non giustificati, e proprio nei miei primi sei mesi di vita. Ma nonostante io sia nata in Italia, e che nei passaporti dei miei genitori non risultava nessun viaggio effettuato fuori dall'Italia in quel periodo, ed io stessa a sei mesi non è che potevo fare la valigia e andarmene in giro. Mi venne comunque rifiutata”. Storie come la sua si spera diventino solo materiale d’archivio. Perché nella sua situazione si saranno trovate, e si trovano tutt'oggi molte seconde generazioni, che di certo non si ricorderanno la loro maggiore età, con un “benvenuti italiani”.