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Il rancore dei giovani musulmani di casa nostra

«L'indignazione è la nostra nel vedere che, invece di difendere l'islam, difendi gli occidentali, giustificandoli. Quello che sta accadendo è la conseguenza di un atto riprovevole. Ma è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso: se ne sentono tante sull'islam, sul Profeta, su di noi, ora basta! Il loro scopo è quello di continuare a mettere l'islam in cattiva luce? Ok, ben venga! Ormai non abbiamo più niente da perdere, tranne che l'orgoglio di essere musulmani, di amare e credere in Allah. Fate pure ma le conseguenze sono le vostre!».
È solo un assaggio della rabbia, rancore, disperazione insensata, separazione tra il noi e il loro – islam e Occidente – come se non potessero mai confluire insieme; ma soprattutto di quella disintegrazione che con questa ennesima ferita, si giustifica, si fa forza e scorre orgogliosa e senza più filtri per bocca di una seconda generazione nata e cresciuta in Italia. Il destinatario è chi, musulmana («Non giustificarli, non dimenticare la tua appartenenza»), ha scritto su questo giornale una settimana fa, un'analisi sulla cronaca dei fatti accaduti dopo la pubblicazione del film anti-islam. Non solo denunciando il riprovevole video ma andando oltre. Criticando l'intollerabile violenza che fa lo stesso gioco di quella "libertà di espressione" ma questa volta facendo scappare il morto. Un'autocritica inaccettabile per l'islam di casa. Guai a far autocritica, meglio compiangersi addosso, ma fino a quando? Il vittimismo riesce meglio a creare l'odio e dunque forza. E l'ignoranza, si sa, è coraggiosa.
Un'ignoranza e una violenza che si ciba di provocazioni, se non fosse già bastato quell'insulto chiamato Innocence of the Muslims, nel dare i suoi frutti marci in questi giorni, ci ha ben pensato la rivista satirica francese Charlie Hebdo. A chi giova tutto questo? Non di certo alla libertà di espressione ma ad allargare il campo di guerra ai fanatici di una sponda e dell'altra, e restringere quello del dialogo e dell'incontro. Un'esasperazione che dovrebbe preoccuparci perché al di là delle piazze inferocite – che erroneamente pensiamo siano lontane da noi, oltre il mar Mediterraneo – monta l'odio che stiamo covando con l'islam in casa nostra. L'islam da Occidente.
Alla violenza si vuole rispondere con la violenza. E il pericolo è che questa violenza avvolga anche le menti più fresche. È quel che sta accadendo a questi giovani irriconoscibili, pur se non sono la maggioranza, ma ci sono. La loro galassia si fa ghetto su internet, sui social network, Facebook ne è la piazza principale. E a scorrere i profili si rimane increduli. Di quanto ai nostri tempi sia sempre più amara quella doppia faccia della medaglia della libertà di espressione, che produce anche spazzatura e che si erge a informazione libera. È un'arma a doppio taglio. E allora le bacheche dei profili si riempono di informazioni "libere", che non sono altro che il cocktail micidiale di estremismo religioso e identitario, misto al complottismo politico internazionale. Come se fossero tutti contro loro. La spensierata adolescenza fa a pugni con la prematura responsabilità di appartenenza, che vuole ed esige di essere reazionaria. E questa volta stando o da una parte o dall'altra. Non si accettano mezze misure. Colpisce il nuovo gergo di questi giovani musulmani: un misto tra italiano e formule islamiche, arabe trascritte in caratteri latini o tradotte dall'arabo all'italiano. Sembrano quasi chiavi di accesso a una comunità, che non è solo virtuale. È un'identità nuova, impregnata di islam ortodosso, che arriva da lontano. Un islam rancoroso e alienato da tutto il resto che lo circonda.
Ci si chiedeva in questi giorni che fine ha fatto la voce dei laici, dei dialoganti, dei musulmani senza spranghe ma dotati solo di una voce razionale, mediatrice, ma non per questo sottomessi alle violenze pur se verbali, da oltremare. Bene, quella voce è ormai strozzata dalla forza degli estremismi delle parti in conflitto. E la peggior consapevolezza è che il virus dell'odio si sta portando via anche le giovani leve. La linea del dialogo si sta consumando sino a sparire dalle bacheche di Facebook di questi giovani musulmani. E questo è il segnale peggiore.
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  • mager |

    Gli adolescenti sono di solito molto radicali, inclini ad estremizzare situazioni e contesti malgrado l’evidenza del buon senso suggerirebbe altro. I musulmani tuttavia li comprendo, un po’ di meno quelli che vivono in Occidente. Marx aveva ragione: la religione e’ l’oppio dei popoli, io aggiungerei dei popoli poveri (con l’eccezione degli USA, in tal caso aggiungerei dei popoli ignoranti). A mio avviso, la piu’ grande rivoluzione maturata nell’Occidente (soprattutto europeo) e’ la rimozione del divino che abbiamo sostituito con pallide imitazioni come Freud, Jung ed i centri commerciali…chissa’, forse hanno ragione loro, in fondo la vita e’ un illusione, qual’e’ il problema ad aggiungerne un’altra? L’importante e’ far passare i 70-80 anni dell’esistenza nel modo piu’ piacevole possibile….

  • Berthus |

    caro mager, non tutte le adolescenze devono essere per forza distruttive: a volte si riesce a scomporre e a ricomporre in meglio, senza perdere i pezzi importanti della propria storia e delle proprie radici…

  • mager |

    Articolo coraggioso Karima, e solo l’uso di tale aggettivo rende l’idea di quanto profondo sia ancora il solco culturale tra le due sponde del Mediterraneo: perche’ dovrebbe essere un articolo coraggioso? Perche’ lo penso tale se leggo una ragazza con nome arabo semplicemente interrogarsi ed interrogare i propri coetanei musulmani su alcune profonde incoerenze relative al modo di esprimere la propria identita’? In Occidente molta gente non crede in Dio, non pensa che Gesu’ Cristo fosse il figlio di Dio e sia resuscitato: nessuna di queste persono ha frequentato scuole di ateismo: e’ arrivata a tale conclusione leggendo libri, formandosi, “sperimentando” la vita, magari pur avendo genitori o nonni religiosi. Perche’ cio’ non avviene nei paesi arabi? Sicuramente non esiste la possibilita’ di leggere autori “scettici”, la base culturale necessaria a sviluppare tale senso critico viene volontariamente impedita e si rischia la marginalizzazione sociale, considerato l’intreccio “tossico” tra religione e politica: ma non e’ tutto questo pauroso? Se si vuole crescere bisogna rassegnarsi a perdere qualcosa. In Occidente lo si e’ compreso e abbiamo accettato la sfida di perdere il conforto della religione: per quanto tempo i musulmani si autocondanneranno ad essere gli eterni adolescenti del pianeta?

  • Berthus |

    FB, più ancora Twitter, si presta molto al pensiero “mordi e fuggi”, al postare o condividere slogan ed immagini ad effetto, ad un rapido “Like” e alla moltiplicazione virale di prese di posizione che, più sono immediatamente comprensibili e “tranchant”, più successo di diffusione hanno.
    Chiaro che, essendo strumenti molto “generazionali”, subiscono molto un clima psicologico ancora molto “adolescente”, con tipiche logiche “gruppali”, non prive di una certa aggressività.
    Strumento potente di diffusione di notizie, eventi, iniziative, è di per sè poco incline ai distinguo, alla verifica delle informazioni, alla riflessioni sulle implicazioni, sui presupposti, alla ricerca paziente e laboriosa di strade alternative.
    Forse anche perchè le persone più riflessive, i dialogatori, hanno ancora poco sviluppata la dimestichezza del mezzo, lo abitano poco.
    In fondo, FB non è che l’immagine della vita reale, dove è più televisivamente interessante e produttivo di sharing trasmettere una bandiera bruciata o il Corano in fiamme, piuttosto che riportare di scuole dove si costruisce integrazione, di incontri e dialoghi interreligiosi, di iniziative umanitarie per lo sviluppo dei popoli.
    Dove si guadagnano i wharoliani 15′ di notorietà se si va in manifestazione, non se si sostiene il Commercio Equo. Dove è più immediata l’approvazione dell’espressione del disagio e del dissenso, piuttosto che la quotidiana frequenza dei luoghi di formazione di trame di amicizia e condivisione.
    Dove vengono chiamati “eroi” i Quattrocchi e i martiri della Jihād, anzichè gli operai e gli impiegati, le donne lavoratrici e casalinghe che tirano su i figli nonostante la crisi economica e morale.
    Forse la colpa è anche dei “buoni”, che investono poco in visibilità.
    D’altra parte, per chiudere con un sorriso, già si sa che i migliori uomini d’affari, politici ed avvocati lavorano per la concorrenza!…

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